La riforma dell’1%

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di Francesco Gesualdi

Sulle ragioni per cui la riforma della Costituzione sarebbe ormai diventata una questione di vita o di morte, se ne sono sentite di tutti i colori. Da chi la vuole per risparmiare sui costi della politica, a chi la pretende per essere al passo coi tempi. Come se concetti come democrazia, sovranità parlamentare, partecipazione, potessero essere variabili dipendenti dai contesti che mutano.

L’innovazione tecnologica ci ha abituato a rottamare stili di vita, modi di lavorare e di comunicare, ma certi principi hanno valore assoluto: non invecchiano col tempo che passa, né sono messi fuori moda dall’incalzare di nuovi ritmi, nuove tecnologie e nuovi interessi economici. La democrazia non ha come obiettivo la fretta, ma scelte meditate e partecipate finalizzate ad ottenere leggi giuste. Leggi, cioè, varate, nel rispetto della volontà popolare a favore di equità, libertà, sostenibilità, dignità per tutti, come sancito dalla Costituzione. Per questo i nostri padri costituenti avevano progettato un assetto istituzionale che intendeva avvicinare i livelli decisionali ai cittadini tramite gli enti locali, che affermava la sovranità del Parlamento sul governo, che prevedeva oculatezza attraverso un doppio passaggio legislativo.

La riforma di oggi
va in direzione opposta: vuole espropriare le Regioni rispetto a temi cruciali come la salvaguardia dei territori e dei beni comuni, vuole ridurre il potere elettivo del popolo impedendogli di eleggere il Senato, vuole azzoppare il Parlamento riservando la piena potestà legislativa alla sola Camera dei deputati, vuole trasformare l’unica Camera pienamente legiferante in un leggificio al servizio del governo, vuole ridurre i momenti di confronto fra governo e Parlamento mantenendo in vita un Senato che fra i propri compiti non ha più quello di accordare la fiducia al governo. In una parola è una riforma che non solo punta ad accentrare le decisioni a livello nazionale ma anche a spostare l’asse del potere dal Parlamento al governo, impedendo sempre di più al popolo di esprimere la propria rappresentanza.

E lo dimostra non solo la decisione di non farci più eleggere il Senato, ma di accompagnare la riforma costituzionale con una legge elettorale che garantisce la maggioranza parlamentare al partito che in rapporto agli altri ottiene più voti, non importa quanti. Il che, considerato l’astensionismo crescente che si va affermando nel paese, ci condurrà a maggioranze parlamentari che rappresentano solo una parte molto esigua dell’elettorato.

Che la riforma in atto rappresenti un picconamento della democrazia è fuori di dubbio. Ma secondo molti si tratterebbe di un male da accettare in nome di due grandi obiettivi: stabilità di governo e leggi veloci. Il tutto come precondizione per raggiungere quello che oggi è ritenuto il massimo bene. Per chi non l’avesse capito stiamo parlando della crescita, la medicina miracolosa che secondo l’accordo unanime di imprenditori, politici e sindacati sarebbe capace di curarci da ogni male. Che si tratti di debito pubblico, di pensioni, di disoccupazione, di degrado ambientale, di povertà, la ricetta è sempre la stessa: crescita. Ce lo ripetono all’unisono settanta volte al giorno. Ma sulla miracolosità della ricetta esistono molti dubbi, non solo per i risultati non garantiti sul piano sociale, ma soprattutto per i sicuri effetti indesiderati sul piano ambientale. E tuttavia, anche ammesso e non concesso che la ricetta sia corretta, una domanda continua a rimanere nell’aria: perché per avere la crescita è così importante riformare la Costituzione?

Il nesso non verrà mai afferrato
finché non si mette a fuoco che nella testa dei politici non esiste altro soggetto economico se non le imprese private. Un tempo il ventaglio dei soggetti economici comprendeva anche la comunità, nelle sue varie articolazioni (Stato, Regioni, Comuni), che poteva, anzi doveva intervenire per creare ricchezza al servizio dei cittadini nella sue componenti più nobili: la difesa dei beni comuni, la garanzia dei servizi alla persona, il soddisfacimento dei bisogni fondamentali. Ma il vento neoliberista ha fatto piazza pulita di ogni idea di comunità imprenditrice di se stessa convincendoci che solo le imprese orientate al mercato sono autorizzate ad avviare attività produttive.

Oggi, però, non è facile trovarne
di disposte ad investire in Italia perché nel tempo della globalizzazione le imprese hanno acquisito il privilegio di poter sfarfallare da un paese all’altro alla ricerca di quello che offre le condizioni più vantaggiose. Ecco perché lo sport nazionale di ogni governo è diventato la riforma di tutto ciò che non piace alle imprese per invogliarle ad investire nel proprio paese.

Sulle riforme da introdurre per attirare gli investimenti, i governi non hanno molto da inventare, ha già scritto tutto Il World Economic Forum, l’associazione delle multinazionali che tutti gli anni, a gennaio, organizza l’incontro di Davos per dettare l’agenda politica dell’anno che verrà. Nei suoi rapporti sono elencate le condizioni che piacciono alle imprese: non solo un basso regime fiscale, bassi oneri sociali, alta flessibilità del lavoro, ma anche un assetto istituzionale sicuro e veloce. Che tradotto significa governi stabili capaci di garantire continuità politica e parlamenti veloci capaci di produrre in fretta leggi favorevoli agli affari. Del resto già nel 2013, la banca internazionale JP Morgan aveva messo nero su bianco il percorso di riforme per l’Italia: «I sistemi politici dell’Europa meridionale soffrono di esecutivi deboli, strutture statali centrali deboli rispetto alle Regioni, protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori, sistemi di costruzione del consenso che favoriscono il clientelismo politico, diritto di protestare se intervengono cambiamenti non graditi. (…) Il test più importante sarà per l’Italia dove il nuovo governo dovrà dimostrare di sapersi Impegnare per una riforma politica significativa».

JP Morgan è la sesta banca
del mondo per valori amministrati, qualcosa come 2.500 miliardi di dollari. Lavora per l’1% del pianeta, quelli che da soli controllano il 50% della ricchezza mondiale. Amministra le loro ricchezze affinché ne abbiano sempre di più. E pur di servirli non si fa neanche scrupolo ad elaborare truffe che mandano in rovina i risparmiatori più sprovveduti. Dal 2012 al 2015 JP Morgan ha collezionato multe, per comportamenti illeciti, pari a 30 miliardi di dollari. Ma il suo amministratore delegato, Jamie Dimon guadagna sempre di più. Nel 2015 ha ottenuto compensi per 27 milioni di dollari, permettendogli l’ingresso trionfale nell’olimpo dei miliardari. Per queste imprese e questi personaggi stiamo rinunciando alla nostra democrazia, ma è davvero ciò che ci conviene?*

*I contenuti di questo articolo sono espressi anche sotto forma di dossier infografico reperibile a <a href="http://ift.tt/2eR7cLF
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Anche in Argentina #IoDicoNo

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Intervista concessa da Alessandro DI Battista a Telàm, agenzia di stampa ufficiale della Repubblica Argentina

Il 4 dicembre c’è il referendum: perché dite “no”?

Perchè non aboliscono il Senato, quel che tolgono è la possibilità ai cittadini di poter votare loro stessi i senatori. Io sono deputato della Repubblica italiana da 3 anni e mi sono reso conto che la qualità della legge diminuisce al diminuire del contatto diretto tra politica e cittadini. Quindi, se i parlamentari non saranno eletti direttamente dal popolo, ovviamente i deputati non si sentiranno di dover rispondere al popolo, bensì esclusivamente ai partiti che li nominano e per noi una Repubblica fondata sulla nomina è una repubblica che produrrà leggi non buone.

Il Partito Democratico, quando dà la sua versione del “sì” parla della riduzione di costi ad esempio. Voi cosa ne pensate su questo punto?

L’unica riduzione che vedremo (con questo referendum, ndr) sarà quella di spazi democratici e della sovranità popolare. Se volessero ridurre realmente i costi della politica potrebbero, prima cosa: abrogare il finanziamento pubblico ai partiti; secondo: possono tagliarsi una parte dei loro stipendi. Ad esempio io lo faccio, perché ogni deputato del M5S si taglia metà dello stipendio (da parlamentare, ndr) e rendiconta ogni spesa e tutto questo sarà discusso la prossima settimana in una proposta di legge che abbiamo presentato in Parlamento per tagliare i veri costi degli stipendi dei politici e questo rappresenterebbe un risparmio per il popolo italiano molto più grande del presunto risparmio che si dovrebbe ottenere con la riforma costituzionale. Se vogliono veramente tagliare i costi della politica è sufficiente tagliare gli stipendi, abrogare il finanziamento pubblico ai partiti e non cambiare quasi 50 articoli della Costituzione italiana.

Un altro punto del “sì” al referendum è dare stabilità a un paese che ha avuto 63 governi in 70 anni.

La stabilità per noi c’è se in Parlamento entrano persone che dipendono dal popolo italiano e che producono leggi per i propri datori di lavoro, che sono i cittadini. Perché se col sistema della nomina si mettono dentro deputati che rispondono esclusivamente ai partiti e se questi stessi partiti magari hanno dinamiche interne e arrivano a dividersi ovviamente non ci sarà stabilità. Inoltre, una Repubblica si deve giudicare in base alla qualità delle leggi. Non è vero che abbuiamo bisogno di più leggi, abbiamo solo bisogno di leggi migliori. L’Italia è uno dei Paesi nel mondo che ha il più grande numero di leggi, il problema è che sono di bassa qualità, perché non c’è un legame diretto tra il popolo italiano e i parlamentari. Questo è il problema!

Però questo punto che i governi in Italia hanno avuto breve durata c’è: 63 governi su 70 anni sembrano tanti…

Però, vede, sono caduti anche dei governi con il Porcellum che è una legge iper-maggioritaria. Ripeto: si vede la qualità di un processo legislativo in base alla qualità delle stesse leggi. Io credo che la governabilità (di un Paese, ndr) viene garantita quando nelle istituzioni entrano persone di qualità, persone che abbiano l’idea che in una democrazia il capo della stessa democrazia è il popolo e non sono i partiti. Attualmente i partiti non dipendono da alcuna base, che quasi non esiste a parte che per il M5S che è un forza popolare abbastanza forte, ma dipendono dai gruppi finanziari che li sostengono e che in molti casi sono banche, gruppi assicurativi, grandi lobby internazionali, gli stessi che sono i reali mandanti di questa riforma costituzionale. Questa riforma non è stata scritta da Boschi, Verdini, Renzi e Napolitano, ma è stata imposta a loro dal grande capitalismo finanziario mondiale che ha bisogno di un cambio della nostra Costituzione, attraverso un accentramento maggiore del potere in mano al governo Renzi, per controllare meglio il nostro Paese.

Perché Renzi ha allora personalizzato tanto la riforma?

Quello è stato un suo errore politico ed ora sta tentando di migliorare le sue condizioni. Renzi iniziò a personalizzare questo referendum quando pensava di avere una forza, una credibilità abbastanza grande nel Paese. Quando invece si è reso conto, per colpa delle sue bugie, soprattutto a livello economico, perché in questo Paese non c’è lavoro, ci sono molti disoccupati, la povertà sta aumentando, tanto che attualmente nel Sud Italia ci sono più italiani che si recano alle mense dei poveri (Caritas, ndr) che stranieri e questo quello che si sta verificando nel Sud Italia. Tutte queste bugie hanno prodotto un crollo della credibilità di Renzi e ora sta provando a cambiare questa cosa. Prima ha personalizzato il referendum e ora che ha visto che molta gente, indipendentemente dalle modiche della Costituzione (che sono terribili), voterebbe contro di lui, perché Renzi ha mentito al popolo italiano. Quindi quello di personalizzare il referendum è stato un suo errore politico che ora sta provando a correggere.

Dunque il 4 dicembre, oltre al “sì” o al “no” alla riforma, si andrà a votare anche in base a un appoggio o meno al governo di Renzi…

Io spero che la gente si informi sui contenuti della riforma costituzionale e capisca che, come sempre, le leggi di Renzi hanno un titolo meraviglioso come la “Buona scuola”, “Riforma costituzionale”, “Sblocca Italia”, i titoli sono meravigliosi ma poi dentro c’è sempre qualcosa che, non so come spiegarlo… che ti fotte! Forse non è una bella parola, ma insomma qualcosa che non va. E’ sempre stato cosi: nelle leggi di Renzi c’è una piccola parte di zucchero e quintali di letame. La propaganda di Renzi si concentra in quella piccolissima parte di zucchero e molta gente pensa che il contenuto sia solo questa parte di zucchero, mentre in realtà ci propinano una grande quantità di letame che ci compromette democraticamente e sul piano della sovranità popolare.

Il 4 notte, immaginiamo, vince il “no”, cosa succederà? Cosa chiederà il M5S?

Noi chiediamo le dimissioni di Renzi per altre ragioni legate al fallimento economico del suoi governo, lui ha detto che lascerà se non passerà il “sì” alla riforma, non so quel che farà. Se vincerà il “no” io sarei felice perché in questo modo preserviamo la nostra Costituzione, che si può cambiare, sia chiaro, una Costituzione si può cambiare, ma per dare più potere ai cittadini e non per toglierglielo e consegnarlo esclusivamente nelle mani di un capo che, di fatto, viene sostenuto da un partito che non ha dalla sua parte nemmeno la maggioranza dell’opinione pubblica.

Quindi se vince il “no” ci saranno nuove elezioni?

Mi immagino che a quel punto il Parlamento farà una legge elettorale migliore di questa che hanno chiamato Italicum e che produce il 60%, il 65%, a volte il 70% di nominati all’interno della Camera dei Deputati. Si farà una legge elettorale e si andrà a votare. Noi vogliamo andare al voto, perchè crediamo che le misure economiche prese dal governo Renzi sono state un vero fallimento. Questa riforma costituzionale per i partiti è come se fosse un condono: danno la colpa dei loro fallimenti degli ultimi 30 anni alla Costituzione. Non è così, i fallimenti sono dei partiti e dei politici che attualmente per non dire “abbiamo sbagliato” devono dire che è colpa della Costituzione, ma sono bugie perché le peggiori leggi che hanno approvato le hanno approvate in 20 giorni quando gli conveniva. Quando di contro il M5S presenta un legge per un reddito minimo garantito, il reddito di cittadinanza, che è la proposta economica più forte del M5S, allora ci fanno credere che la colpa è del bicameralismo, della presenza di Camera e Senato nella nostra Costituzione. Non è così. Questa è una bugia.

Nella lotta per il “no” ci sono anche altre forze, tra cui Berlusconi, la Lega Nord, come si sente il M5S a condividere queste posizioni?

Noi non stiamo condividendo nulla con nessuno, condividiamo una lotta con il popolo italiano e attualmente la lotta è sulla Costituzione. Il M5S non fa alleanze, non ha nulla a che vedere con Berlusconi, con la Lega, con la falsa sinistra, con il Partito Democratico, con tutti i partiti che hanno governato, che hanno avuto la loro opportunità negli ultimi 30 anni e hanno fallito. Questa è una battaglia non per la destra, per la sinistra o per le alleanze politiche, ma per provare a mantenere quel poco che ci hanno lasciato della sovranità popolare.

Il Movimento 5 Stelle come si autodefinisce? Accetta le categorie sinistra-destra?

No, queste sono categorie del 1800, ragionare in termini de sinistra-destra significa ragionare su categorie obsolete. per noi la battaglia politica del futuro non sarà tra sinistra e destra, ma tra sovranità e globalizzazione della privazione dei diritti, perché quel che vedo io è che alcuni Paesi con i loro sistemi iper-capitalisti stanno togliendo i diritti ai loro popoli, privatizzandoli e mercificandoli. Questa operazione si sta diffondendo anche in altri Paesi, come l’Italia, o come in altri del Sud Europa che hanno Costituzioni approvate dopo la Seconda Guerra Mondiale e che, indipendentemente dalle leggi ordinarie approvate negli ultimi anni, proteggono ancora i lavoratori e i loro popoli.

Queste critiche al sistema finanziario internazionale e alla globalizzazione sono posizioni che negli Stati Uniti condivide in parte Donald Trump. Come vede le elezioni negli Stati Uniti?

Queste sono questioni che riguardano il popolo Nord Americano, io sto studiando una terza candidata, che si chiama Jill Stein, leader del Partito Verde, che ha proposte abbastanza interessanti. Dall’altra parte nons ento avanzare buone proposte, né da parte di Trump, Nè da parte della Clinton. A parte la parentesi Obama, che aveva come segretario di Stato la Clinton, io vedo che la presunta democrazia più grande del mondo, negli Stati Uniti d’America, o tu ti chiami Clinton (marito e moglie), o tu ti chiami Bush (padre e figlio), o tu sei miliardario (come Trump) oppure non puoi fare il presidente degli Stati Uniti. E questa la chiamano democrazia…

In Argentina vivono circa 600.000 persone con la cittadinanza italiana, che messaggio gli manda e che politica pubblica pensa il M5S per loro, visto che ci sono stati dei tagli all’ospedale italiano che sta in Argentina o al teatro Colosseo che anche dipende dallo Stato italiano?

Se questi servizi, anzi questi diritti, chiamiamoli così, a Buenos Aires così come in tutta l’Argentina sono stati tagliati non è colpa della Costituzione, ma della politica e degli stessi politici che oggi stanno dicendo che se cambiamo la Costituzione tutto migliora. Questa è la menzogna più grande. Io al popolo argentino di origine italiana che vota dico: noi produciamo informazioni anche in spagnolo-castellano, ecco per questo io dico loro di informarsi senza credere ai politici locali. Ognuno deve informarsi sui rischi che nasconde questa riforma costituzionale. Noi, a costo zero, produciamo più contenuti possibili, ovviamente attraverso la rete, perché il M5S non ha questa grande forza economica per viaggiare, a me piacerebbe viaggiare, adoro Buenos Aires, adoro l’Argentina, ma non abbiamo il tempo e tanto meno i soldi, perché restituiamo anche tantissimi fondi pubblici ai cittadini. Quindi quello che chiedo io, semplicemente, è: massima attenzione, massima informazione e poi ognuno si farà la sua opinione.

Quali sono le vostre priorità?

Il reddito di cittadinanza e un sostegno alle piccole e medie imprese italiane, perché il tessuto economico del Paese in Italia, così come in Argentina, è sorretto soprattutto sulle imprese e parliamo delle pmi, che sono state distrutte, colpite dalle tasse e dai governi che hanno aiutato esclusivamente i grandi dimenticandosi dei piccoli. Queste sono le prime misure e poi anche la tutela dei diritti costituzionali alla istruzione pubblica e alla salute pubblica perché noi ci tagliamo gli stipendi e appoggiamo le piccole e medie imprese private, ma pensiamo che acqua, trasporti, istruzione e salute debbano essere pubblici perché non sono merci, bensì diritti.

E per le grandi imprese italiane? Penso a Leonardo-Finmeccanica…

Noi vogliamo sostenerlo, quel che non vogliamo è che siano loro a comandare. Deve comandare il Parlamento, deve comandare il popolo italiano e le grandi imprese devono ovviamente fare i propri affari ma li deve fare nell’interesse generale del Paese e della nazione.

Ultima domanda: in Unione Europea si passa da 28 Stati membri a 27, dopo il Brexit…

Noi non vogliamo uscire dall’Unione Europea. Noi non siamo contro questa Europa, è questa Europa è che contro i popoli e per questo sta fallendo, per la sua arroganza, per aver dimenticato i diritti dei cittadini e per avere dentro gente della Goldman Sachs, della JPMorgan, della Morgan Stanley, del gruppo Rothschild. Pensiamo a Barroso, ha lasciato l’incarico di presidente della Commissione Ue ed oggi è in Goldman Sachs, Prodi stessa cosa, Monti uguale, il presidente della Bce Mario Draghi è un italiano, lavoro al Tesoro italiano e anche lui ha un passato in Goldman Sachs. A me sembra che già ora non stiamo in una democrazia, dove i popoli in Europa eleggono solo il Parlamento europeo che tra le istituzioni Ue è l’organismo che conta meno. Piuttosto mi sembra che stiamo in una nuova forma di governo che si chiama “creditocrazia”: le banche ti prestano soldi, ti creano debito e se non paghi il debito devi poi pagare gli interessi del debito e così finisce controllato, con le mani ammanettate per l’eternità e già in questa maniera si perde la sovranità e in cambio si costruisce un governo delle banche. Questo vogliamo evitarlo.

Parli di Angela Merkel?

Ma lei fa gli interessi del suo Paese, non è che io vedo nella Merkel un nemico, mai. Io penso che i politici italiani non hanno finora fatto l’interesse dell’Italia e penso che l’Europa sia un sogno, un luogo dove costruire pace, è qualcosa di meraviglioso, però questo se si dà potere democratico ai popoli. Lo ripeto: non siamo noi ad essere contro l’Europa, l’Europa sta fallendo. Io non posso accettare che qualcuno non eletto da nessuno mi venga a dire in Italia come devo mandare in pensione la mia gente o che vada a dire ai greci quanto devono pagare la feta. Questa non è democrazia, questa è una tecnocrazia di persone che ci comandano e che nemmeno conosciamo.

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Coi soldi del canone Rai paghiamo anche Merlo di Repubblica

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di Roberto Fico

Oltre 200mila euro per un incarico in Rai, senza smettere però di fare il pensionato paperone che collabora con Repubblica. Francesco Merlo è il vice di Carlo Verdelli nella struttura che coordina l’offerta informativa  e che costa oltre un milione di euro. Tutti soldi del canone, pagati dai cittadini italiani assieme alla bolletta della luce.

Non basta. Francesco Merlo ha usato le colonne di Repubblica per attaccare direttamente esponenti politici, fra cui anche Beppe Grillo. Lui che lavora in Rai con l’incarico legato alla “Strategia offerta informativa Rai e supporto del direttore editoriale offerta informativa”. Merlo lo stratega però non si capisce esattamente cosa faccia in Rai, i suoi compiti non sono chiari e non sono tracciati. Si parla da settimane di piano dell’informazione del servizio pubblico, un piano in slide. Un piano che al momento non esiste, se non nelle generiche linee guida.

Merlo però qualcosa la fa: lavora per Repubblica, per altro da pensionato dorato con buona pace dei tantissimi giornalisti precari e sfruttati per pochi euro. E nei giorni scorsi, subito dopo il terremoto delle Marche il suo ruolo è stato quello di corrispondente per Repubblica dai luoghi del sisma. Di certo in quell’occasione non ha dato alcun contributo al servizio pubblico. L’auspicio è che almeno non sia andato in quei luoghi spesato dalla Rai, su questo presenterò un’interrogazione parlamentare. Resta però grave che Merlo lavori per la Rai senza fare servizio pubblico ma facendo servizi privati, con stipendi multipli e senza esclusiva. Ad attaccarlo anche il sindacato dei giornalisti Rai. Cosa pensa di tutto questo il direttore generale della Rai?

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La colata di corruzione sulle “Grandi opere”

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di Luigi Gaetti capogruppo M5S Senato

In Italia Grandi opere fanno rima con corruzione, mafie e malaffare: Alta Velocità Milano-Genova, ‘People Mover’ di Pisa, Expo, Mose di Venezia, Terzo valico Liguria – Piemonte. Eppure il governo Renzi continua a puntare tutto su questi grandi appalti pubblici e soprattutto ad osannare le lobby che con queste infrastrutture fanno affari come se le inchieste della magistratura, i migliaia di arresti, i molteplici reati commessi ed i miliardi di euro pubblici sottratti allo Stato non contassero nulla.

Chi aveva promesso il cambiamento del sistema, oggi punta su un’idea di sviluppo da Prima Repubblica e su quei grandi gruppi di potere, sempre gli stessi, che come sanguisughe vivono su questo sistema e si autoalimentano succhiando soldi pubblici e mettendo a rischio la sicurezza dei cittadini. Ma un governo che sceglie e accresce questa idea di Paese, un governo che favorisce sempre i soliti centri di potere imprenditoriali spalleggiati dalle mafie e pronti a mettere illecitamente le mani sui malloppi pubblici, non è forse colluso a quel sistema di corruzione e tangenti che sta uccidendo l’Italia? Che interessi ha nel farlo?

Il governo pensa a Expo, spinge per il fantasmagorico Ponte sullo Stretto di Messina e nel frattempo lascia nel dimenticatoio i tanti interventi di cui questo Paese ha davvero bisogno: così se piove, tutto intorno frana; i ponti crollano, la rete ferroviaria è da Terzo Mondo, i soffitti delle scuole precipitano, i monumenti decadono. Queste sono le ‘opere’ su cui investire, le opere che servono a far ripartire l’economia e le piccole medie – imprese, le opere necessarie a migliorare la sicurezza dei nostri territori e a creare lavoro e sviluppo. Ma per farlo ci vuole un altro Governo, il governo del Movimento 5 Stelle.

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Camerieri (gratis) al McDonald’s, grazie al governo Renzi

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di Nicola Morra

Cari studenti, benvenuti da Mc Donald’s (gratis) Il colosso dei fast food saluta con un benvenuto il progetto che gli metterà a disposizione migliaia di lavoratori gratis grazie al governo Renzi. Come spiega la multinazionale del cibo-spazzatura, 10mila studenti “potranno svolgere nei ristoranti attività di accoglienza e relazione con il pubblico”. Tradotto: i nostri figli faranno i camerieri in un fast food. Gratis.

Avete capito bene: il governo che doveva promuovere il brand italiano, le aziende agricole italiane ed il cibo italiano nel mondo, manderà 10mila studenti gratis a prestare servizio nei Mc Donald’s. Il programma è quello dell’alternanza scuola-lavoro, per “far capire” ai ragazzi cosa sia il mondo del lavoro. Ma a me sembra che qui si voglia “subalternare”, “assoggettare”, lo studente al grande colosso statunitense, per fargli comprendere che cosa lo aspetti fra qualche anno.

Cosa impara un ragazzo fra un cheesburger od un mc chicken, se non la cultura degli allevamenti intensivi, la speculazione capitalista attuata anche sull’alimentazione, la sostituzione della Coca-Cola alle bevande della nostra tradizione e la precarizzazione – o forse sfruttamento – dei lavoratori? Non sarebbe stato più opportuno svolgere questo programma presso aziende agricole italiane che esportano i nostri prodotti in tutto il mondo? Sono senza parole. Un consiglio da padre, prima ancora che da insegnante e da portavoce dei cittadini: non permettete che ai vostri figli insegnino, come modello, la cultura di Mc Donald’s!

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Legge Bilancio, così il governo Renzi tartassa le famiglie

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di Elio Lannutti, presidente Adusbef

Le bozze del D.L. sul bilancio, con 105 articoli e 116 pagine, piene di incognite, mance elettorali e ulteriori proroghe e rinvii, oltre alle consuete regalie a banchieri ed assicuratori con l’Ape (l’anticipo pensionistico) che costringe i lavoratori che hanno versato 40 anni di contributi, ad indebitarsi con le banche con mutui ventennali per andare in pensione, sottoscrivendo costose polizze vita a favore delle assicurazioni, contiene uno spudorato finanziamento di 97 milioni di euro a favore dei golfisti della Ryder Cup.

Parafrasando Maria Antonietta d’Asburgo, vedova del Re di Francia Lugi XVI, (ghigliottinata a Parigi il 16 ottobre 1793 a Place de la Révolution, oggi Place de la Concorde), che riferendosi al popolo affamato, durante una rivolta dovuta alla mancanza di pane, avrebbe affermato: «S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche»- «Se non hanno più pane, che mangino brioche», stanziare 97 milioni di euro per sollazzare gli amanti dello sport dei ricchi, il Golf, significa offendere tante famiglie con giovani disoccupati a carico, le cui condizioni di vita sono peggiorate, con le politiche economiche degli ultimi anni.

Oltre all’Ape (art. 26), che anticipa la pensione
con un prestito corrisposto a quote mensili per dodici mensilità dalle banche, la cui restituzione: “avviene a partire dalla maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia, con rate di ammortamento mensili per una durata di venti anni, coperto da una polizza assicurativa obbligatoria”, con il governo che istituisce un fondo di garanzia di 70 milioni di euro nel 2017, per aiutare le compagnie nel caso il pensionato tiri le cuoia prima di aver estinto le somme anticipate dalla banca, vengono stanziati 648 milioni di euro fino al 2021 per il sostegno del fondo esuberi di categoria del settore bancario, con (174 milioni di euro per il 2017; 224 per il 2018, 139 per il 2019, 87 milioni di euro per il 2020, 24 milioni di euro per il 2021, per accompagnare alla porta circa 25.000 bancari in esubero.

L’Art. 99 della bozza,
riserva una ulteriore futura stangata all’aumento dell’Iva da 15,1 miliardi di euro, introdotto dal governo Renzi che doveva scattare dal 1 gennaio 2017, prorogandola di un anno, con il rincaro di ben 3 punti dal primo gennaio 2018 e un ulteriore 0,9% dal 2019, clausole di salvaguardia che lo stesso governo si era impegnato ad abrogare. Recita infatti l’art.98 (Collaborazione volontaria):

1. Le maggiori entrate per l’anno 2016 derivanti dall’articolo… del decreto-legge …., sono quantificate nell’importo di 1.600 milioni di euro.
2. Qualora sulla base delle istanze presentate ai sensi dell’articolo …., comma …, del decreto-legge n. …, risulti che il gettito atteso dai conseguenti versamenti non consenta la realizzazione integrale dell’importo di cui al comma 2, alla compensazione dell’eventuale differenza si provvede:
a) per il 50 per cento mediante incremento, con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze da emanare entro il 1 settembre 2017 e a decorrere dal 10 settembre 2017, delle accise di cui alla direttiva 2008/118/CE del Consiglio del 16 dicembre 2008;
b) per l’ulteriore 50 per cento con riduzioni di spesa disposte ai sensi dell’articolo 17, commi da 12 a 12-ter della legge 31 dicembre 2009, n. 196. 3. Il Ministro dell’economia e delle finanze riferisce senza ritardo alle Camere con apposita relazione in merito alle cause dello scostamento e all’adozione delle misure di cui al presente comma 3.”
Art. 99. (Eliminazione aumenti accise ed IVA per l’anno 2017)

1. Al comma 718 dell’articolo 1 della legge 23 dicembre 2014, n. 190, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) alla lettera a), le parole “1° gennaio 2017” sono sostituite dalle seguenti: “1° gennaio 2018”;
b) alla lettera b), le parole “di due punti percentuali dal 1º gennaio 2017 e di un ulteriore punto percentuale dal 1º gennaio 2018” sono sostituite dalle seguenti: “di tre punti percentuali dal 1º gennaio 2018 e di ulteriori 0,9 punti percentuali dal 1° gennaio 2019”.

Se confermata, una legge di bilancio indigesta, per milioni di famiglie tartassate e saccheggiate.

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Meglio di NO!

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di Carlo Sibilia

“Più che cambiarla, la Costituzione andrebbe rispettata”. Ed ancora: “Altro che bicameralismo, avremo solo il caos”. Sono solo due passaggi delle interviste fatte a me e Roberto Fico contenute nell’instant book edito da “Arturo Bascetta Edizioni” (scritto dal giornalista Alfredo Picariello) dal titolo “Meglio di no”, nel quale, oltre alle nostre interviste ci sono anche quelle a Carla Ruocco, Nicola Morra e Riccardo Fraccaro.

Un “viaggio” nel mondo del No, nelle ragioni profonde che hanno fatto decidere il Movimento Cinque Stelle di votare NO al referendum costituzionale in programma il prossimo 4 dicembre. “Se c’è qualcosa in antitesi a quella che è la democrazia diretta e la democrazia in generale, è proprio il referendum che andremo a votare il 4 dicembre”, “Con il sì, saranno chiuse le porte ai cittadini nelle scelte perché sarà più difficile avanzare proposte di leggi popolari, leggi popolari che sono uno dei pochissimi strumenti di democrazia partecipativa in questo momento esistenti in Italia”, “Ci troviamo difronte ad un sistema politico che sta mettendo la corazza, un sistema oligarchico-politico che cerca in tutti i modi di difendersi dagli attacchi della democrazia, delle persone che vogliono scegliere”.

Carla Ruocco in un passaggio dice : “Questa riforma, con la scusa di una presunta riduzione dei costi della politica – che, di fatto, non vengono tagliati-, riduce solo il potere del popolo di scegliere i propri rappresentanti”, ”A mio avviso, sarebbe invece indispensabile, per il Paese, che il Governo fosse concentrato sui temi seri che incidono sulla vita quotidiana della gente, come il lavoro, e la vita delle imprese”. “Al posto del bicameralismo paritario che i fautori del Sì sostengono di superare in toto, avremo il caos”, commenta Roberto Fico. “La riforma, infatti, ha introdotto dieci procedimenti legislativi diversi a seconda della materia trattata, una scelta insensata che condurrà a conflitti fra Camera e Senato sul procedimento da seguire, ritardando di conseguenza l’iter delle leggi. I nuovi senatori, tra l’altro, non saranno eletti direttamente dai cittadini, vanificando così il diritto di scegliere i propri rappresentanti”.

Secondo Nicola Morra “vuole questa riforma chi intende ulteriormente minare la credibilità dell’istituto parlamentare: un Parlamento ancor più ingessato da contenzioso in probabile aumento, che non migliori la qualità dei testi legislativi licenziati, che non riduca sostanziosamente i costi della politica ed ampli la platea degli intoccabili da parte della legge grazie all’immunità concessa ai futuri senatori – neanche eletti dagli elettori in modo diretto – potrebbe esser percepito come un’istituzione da abbandonare totalmente, preferendole magari la Presidenza della Repubblica”.

Riccardo Fraccaro sostiene che : “La controriforma Renzi-Boschi-Verdini in combinato disposto con l’Italicum smantella completamente l’architettura istituzionale, ridisegnando in senso autoritario il nostro assetto democratico. Anzitutto il Parlamento sarà in gran parte nominato dalle segreterie di partito, a causa del meccanismo dei capilista bloccati previsto dalla nuova legge elettorale e dalla scelta dei senatori che spetta ai Consigli Regionali. Un solo partito, anche con una percentuale minima di voti, potrà conquistare il 54% dei seggi consegnando di fatto un potere enorme al leader di Governo anche sulla nomina dei vertici istituzionali, dal Presidente della Repubblica alla Consulta passando per le autorità indipendenti”.

Nell’instant book vi spieghiamo perché il 4 dicembre è meglio dire No. Ma non solo, discutiamo anche di democrazia diretta, dell’abolizione di Equitalia, del dimezzamento degli stipendi dei paralmentari, del reddito minimo di cittadinanza e del microcredito alle Piccole e Medie Imprese, ossatura principale del sistema economico italiano. Vi spieghiamo perchè quella data è solo un’altra pietra miliare di un futuro a 5 stelle.

Il libro verrà presentato il 29 ottobre alle ore 18:00 presso il Circolo della Stampa di Avellino nell’ambito della manifestazione Book Fair giunta alla sua quarta edizione. A novembre sarà disponibile nelle librerie e online. Alla presentazione io, Roberto Fico e Riccardo Fraccaro arriveremo dopo un cammiNO di 7 km dalla vicina cittadina di Monteforte Irpino. Prima tappa di un viaggio che terminerà nelle urne il 4 dicembre. Unitevi a noi, vi aspettiamo.

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