L’austerità e la tragedia di Rigopiano

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di MoVimento 5 Stelle

Quando si parla di austerità si dimentica spesso che a sopportarne il peso sono stati in gran parte gli Enti locali, dato che i Governi degli ultimi anni, compreso quello Renzi, hanno preferito farsi belli con il bilancio dello Stato mentre tagliavano trasferimenti a Comuni, Province e Regioni. I Governi Berlusconi, Monti, Letta e Renzi hanno praticato un massacro scientifico che si può riassumere in due dati: 40 miliardi di euro di tagli dei trasferimenti centrali e altri 40 miliardi di euro che gli Enti locali hanno dovuto trovare per rispettare il Patto di Stabilità Interno.

In totale 80 miliardi di euro di minori risorse.
Non ci sono precedenti nella storia repubblicana.

Lo sforzo maggiore è stato richiesto ai Comuni: 13,5 miliardi di euro totali dal 2010 al 2015, con un crollo del 28% degli investimenti tra il 2010 e il 2014. Altro che ritorno alla crescita. Con l’austerità i Comuni hanno dovuto aumentare le tasse locali e soprattutto svendere o peggiorare la qualità dei servizi.

Il vero delitto, però, è stato commesso con le Province. Delrio, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del Governo Renzi (poi confermato da Gentiloni), ha prima svuotato le Province di risorse e poi ha finto di abolirle mantenendo in realtà in capo ad esse alcuni servizi fondamentali, come la viabilità. Nel solo 2017 le Province saranno dimagrite di altri 650 milioni di euro, ma i servizi non saranno ridistribuiti ai Comuni o alle Regioni. Il Presidente dell’Unione delle Province Achille Variati ha scritto qualche mese fa a Mattarella che “senza un provvedimento straordinario nessuna Provincia sarà in grado di predisporre i bilanci 2017, con la conseguente interruzione dei servizi essenziali ai cittadini“.

Ciò che denunciava Achille Variati è già successo. La tragedia dell’hotel Rigopiano, e più in generale i ritardi e le inefficienze nelle operazioni di soccorso in Italia centrale, ne sono una chiara testimonianza. Il nostro Luigi Di Maio ha osato far notare ciò che è sotto gli occhi di tutti, sostenendo che “in Abruzzo quella provincia che si doveva occupare della viabilità e che avrebbe potuto mettere a posto la viabilità per raggiungere l’hotel Rigopiano aveva la turbina in manutenzione da diversi mesi perché non c’erano soldi, turbina che avrebbe dovuto togliere la neve dalle strade. Quando le leggi si fanno in questo Paese o si fanno seriamente oppure provocano danni e in alcuni casi pure morti”.

A parte le proteste di rito dei politicanti, c’è qualcuno che riuscirebbe a contraddirlo con dati alla mano?

Mentre il massacro degli Enti Locali proseguiva indisturbato i costi della politica rimanevano invariati. Le proposte di legge del M5S, ultima la legge Lombardi con la quale abbiamo tentato di tagliare le indennità dei parlamentari, sono state ignorate, e anche i risparmi sul fronte delle auto blu e degli altri privilegi si sono rivelati slogan elettorali a cui non è seguito alcun fatto. Un parlamentare della Repubblica continua a percepire di sola indennità quasi 12.000 euro lordi al mese, contro i poco più di 5000 euro dei parlamentari del M5S, che diventano 3000 al netto. Se ci limitiamo a Matteo Renzi, che sui tagli ai privilegi ha provato a costruire una sporchissima campagna di comunicazione, la realtà è ancora più amara. Tra aereo di Stato in leasing da quasi 170 milioni di euro, spese di Palazzo Chigi in ascesa e viaggi di Stato all’insegna degli sprechi, non c’è Presidente del Consiglio che abbia dimostrato con i fatti maggiore megalomania.

L’austerità, come sempre, ha una sola declinazione: tagli, sacrifici e persino morte per i cittadini, privilegi insopportabili per i politici.

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Pagare 359 miliardi per uscire dall’Euro? Una bufala di Mario Draghi

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di Thomas Fazi, su EUnews.it

Sta facendo molto discutere la dichiarazione di Mario Draghi secondo cui, nel caso in cui un paese lasciasse l’euro, la sua banca centrale dovrebbe prima saldare tutti i debiti da essa accumulati nei confronti della Banca centrale europea (BCE) attraverso il sistema di pagamenti interbancario del TARGET2 (Trans-European Automated Real-Time Gross Settlement Express Transfer System), che regola i pagamenti transfrontalieri tra le banche commerciali dell’UE. Nel caso dell’Italia, tale debito è attualmente pari a circa 350 miliardi di euro.

Ma è veramente così? Innanzitutto dobbiamo chiarire cos’è il TARGET2, anche perché le interpretazioni di questo meccanismo sono alquanto divergenti. Per prima cosa bisogna capire come funzionano i pagamenti tra banche commerciali, tanto all’interno dello stesso paese quanto tra diversi paesi dell’eurozona. Partiamo dal caso di un pagamento interbancario nello stesso paese. Quando il cliente della banca italiana A effettua un trasferimento di fondi alla banca italiana B, il trasferimento non avviene in maniera diretta ma con l’intermediazione della banca centrale nazionale, la Banca d’Italia, che ridurrà le riserve (la moneta legale utilizzata dalle banche commerciali) detenute dalla banca A sul proprio “conto di riserva e regolamento” presso la banca centrale stessa e contestualmente aumenterà dello stesso importo le riserve detenute dalla banca B sul proprio conto di riserva e regolamento. In tempi “normali”, se una banca non possiede riserve a sufficienza sul proprio conto di riserva/regolamento, se li fa prestare da un’altra banca sul cosiddetto mercato interbancario. In tempi di instabilità finanziaria – come il periodo immediatamente successivo alla crisi del 2007-8 -, però, le banche non si fidano più a prestare le proprie riserve alle altre banche, perché queste potrebbero fare crack da un giorno all’altro, causando una perdita alla banca creditrice.

In questi casi – lo abbiamo visto in tutti i paesi occidentali all’indomani dello scoppio della crisi dei subprime – interviene la banca centrale, che – forte della sua abilità di “stampare” riserve in misura illimitata – si fa carico di fornire al sistema bancario tutte le riserve di cui quest’ultimo ha bisogno, agendo di fatto da prestatrice di ultima istanza. Se così non facesse, il sistema bancario si “congelerebbe” nel giro di pochi giorni, con conseguenze facili da immaginare. Dal breve quadro che abbiamo tratteggiato, si desume facilmente come le riserve rappresentino un credito per la banca centrale che le “presta” e un debito per la banca commerciale che le detiene.

Questo per quanto riguarda un singolo paese. Nel caso di un’unione monetaria sovranazionale quale è l’eurozona, però, le cose non sono molto dissimili. La differenza principale sta nel fatto che nell’eurozona le banche commerciali non detengono i propri conti di riserva/regolamento direttamente presso la BCE ma – in virtù della anomala architettura “semi-sovranazionale” dell’unione monetaria – presso la banca centrale del proprio paese. Questo è il motivo per cui, nel momento in cui la banca del paese A trasferisce dei fondi verso la banca del paese B, la prima non registra una riduzione delle proprie riserve presso la BCE ma presso la propria banca centrale nazionale, la quale a sua volta riporterà in bilancio un passivo verso la BCE che agisce come controparte centrale; per la banca che riceve i fondi si determina invece un incremento delle proprio riserve presso la banca centrale del proprio paese, la quale a sua volta registrerà un attivo nei confronti della BCE. Ora, come per i pagamenti interbancari che hanno luogo all’interno di un singolo paese, in tempi “normali” gli attivi/passivi delle banche centrali nazionali nei confronti della BCE vengono rapidamente compensati dall’approvvigionamento di nuove riserve (sul mercato interbancario) da parte della banca del paese A.

Fino allo scoppio della crisi dell’euro, nel 2010, queste riserve venivano fornite in buona parte dalle banche tedesche, in virtù dell’eccesso di riserve circolanti nel sistema bancario tedesco, derivante dall’enorme avanzo commerciale della Germania. Nel 2011, però, il mercato interbancario europeo si è definitivamente inceppato. Le banche del centro (Germania in primis) hanno cominciato a chiedere indietro i loro soldi alle banche della periferia ma queste non erano più in grado di approvvigionarsi di riserve sul mercato interbancario. A quel punto – esattamente come avrebbe fatto qualunque banca centrale nazionale – è intervenuta la BCE, garantendo alle banche commerciali dei paesi periferici tutta la liquidità (le riserve) di cui avevano bisogno. Per la succitata architettura dell’Eurosistema, però, la BCE non ha fornito le riserve direttamente alle banche commerciali che ne avevano bisogno ma lo ha fatto per mezzo delle banche centrali nazionali. Di conseguenza, le banche centrali dei paesi periferici hanno registrato un aumento dei loro passivi nei confronti della BCE – un po’ come se la BCE avesse “prestato” le riserve alle singole banche centrali nazionali affinché queste le “riprestassero” poi alle loro banche -, mentre la Germania e gli altri paesi del centro hanno registrato un aumento dei loro attivi nei confronti della BCE.

Negli anni scorsi, questo meccanismo – che a dispetto della sua apparente complessità non rappresenta altro che un normalissimo strumento di politica monetaria, necessario per il corretto funzionamento del mercato interbancario intra-euro – ha dato adito a fantasiose interpretazioni. In particolare, i “falchi” tedeschi, capitanati da Hans-Werner Sinn, hanno sostenuto – spesso trovandosi in sintonia con diversi economisti di sinistra – che il TARGET2 fungerebbe come un diabolico sistema di “salvataggio occulto” dei paesi della periferia, finanziato – ça va sans dire – dai contribuenti tedeschi, che permetterebbe a questi paesi standard di vita che altrimenti non potrebbero permettersi. Inutile dire che le cose non stanno esattamente così.

Primo, non è la Bundesbank a “prestare” le riserve ai paesi che registrano un saldo T2 passivo ma semmai è la BCE. Come spiega questo Bollettino della Banca d’Italia, «l’ampliamento dei saldi T2… non rappresenta l’erogazione di un finanziamento diretto tra due paesi» né tantomeno rappresenta «un’obbligazione bilaterale tra due paesi». Semmai la Germania può essere considerata “prestatrice” solo in quanto azionista della BCE.

Secondo, la BCE di fatto non “presta” le riserve alle banche centrali nazionali ma alle banche commerciali attraverso le banche centrali nazionali, che di fatto agiscono solamente da cinghie di trasmissione nazionali e possono essere considerate a tutti gli effetti delle “filiali” della BCE stessa.

Terzo, considerare le riserve un “debito” dello Stato nel quale si trovano le banche commerciali che ricevono le suddette riserve dalla BCE è una forzatura enorme della realtà, perché il “credito” di una banca centrale è un credito di una natura molto particolare, che di fatto non comporta “perdite” nel caso di mancato rimborso (fallimento di una banca e conseguente “scomparsa” delle riserve da essa detenute). Se così non fosse, a rigor di logica, qualunque paese dovrebbe aggiungere le riserve detenute dal proprio sistema bancario al computo del proprio debito nazionale.

Quarto, se proprio vogliamo dare una lettura “morale” del meccanismo TARGET2, come amano fare i tedeschi, allora dovremmo dire che esso, lungi dall’aver rappresentato un salvataggio per i paesi della periferia, ha invece rappresentato un vero e proprio bailout del valore di oltre 500 miliardi di euro a favore dei paesi del centro, e in particolare della Germania:

In questo processo, il settore privato tedesco si è disfatto di molti crediti dubbi… Ma la maggior parte del credito concesso dalle banche tedesche alla periferia dell’eurozona è stato in pratica semplicemente passato alla Bundesbank come saldo di TARGET2. E dei saldi di TARGET2 rispondono in solido gli azionisti della BCE, e quindi anche la Germania, ma solo per il 27 per cento. Ecco quindi come il sistema bancario tedesco è stato di fatto salvato mutualizzando i suoi crediti dubbi verso la periferia a spese di tutti i paesi dell’eurozona.

C’è poi un altro punto da sottolineare: l’incremento del passivo TARGET2 di diversi paesi della periferia – in particolare dell’Italia – negli ultimi due anni non riflette, come nel 2011-12, l’incapacità delle banche di questi paesi di rifinanziarsi sul mercato interbancario. Esso è piuttosto il risultato delle politiche di quantitative easing (QE) della BCE, che passa sempre per le banche nazionali: in parole povere, buona parte della liquidità creata dalla Banca d’Italia (in quanto “filiale” della BCE) non è rimasta all’interno del nostro sistema finanziario, ma è defluita verso l’esterno – per investimenti esteri e per l’acquisto di titoli di Stato italiani detenuti da banche estere, soprattutto tedesche – dando impulso alla dinamica del saldo TARGET2, che si conferma un semplice “effetto collaterale” delle decisioni di politica monetaria – normali o non convenzionali che siano – della banca centrale e della artificiosa frammentazione del bilancio della stessa.

E che dire della minaccia di Draghi secondo cui un paese che volesse uscire dall’euro dovrebbe prima saldare il proprio debito TARGET2? Che si tratti di una minaccia priva di alcun fondamento lo rivela la stessa Bundesbank, che riconosce che l’ipotesi di un’uscita di un paese dal sistema TARGET2 «non è prevista nei termini del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea» e dunque sarebbe necessariamente soggetta a negoziato, in cui – tra l’altro – il paese uscente si troverebbe in una situazione di notevole vantaggio contrattuale.

Alla luce di quanto detto sopra, l’unica misura in cui la Germania può considerarsi “esposta” nei confronti dell’Italia è in quanto partecipe del capitale della BCE, giacché, se veramente un paese dovesse uscire dall’euro e rifiutarsi di saldare il conto T2 (come è probabile, almeno nella sua interezza), si aprirebbe un buco di bilancio nella BCE. A quel punto – come spiega sempre Bankitalia – «eventuali perdite di bilancio relative alle operazioni di rifinanziamento principali vengono ripartite tra tutte le banche centrali nazionali sulla base della quota di partecipazione al capitale della BCE, indipendentemente da quale banca centrale nazionale abbia erogato il finanziamento e dalla distribuzione dei saldi TARGET2 all’interno dell’Eurosistema». E questo perché – ripetiamolo – «i saldi su TARGET2 non rappresentano un’obbligazione bilaterale tra due paesi».

E comunque, anche nel caso in cui la BCE dovesse veramente subire un buco di bilancio, questo non avrebbe alcun impatto dal punto di vista operativo, né rappresenterebbe una “perdita” per la Germania, a meno che la BCE non chiedesse veramente alle tesorerie nazionali di rimpolpare il capitale della BCE (e la Germania acconsentisse), cosa estremamente improbabile. Le favole tedesche sul funzionamento delle banche centrali valgono per gli altri, mica per sé. Come ha riconosciuto di recente la stessa BCE, infatti, le banche centrali possono tranquillamente operare con capitale negativo.

In conclusione, possiamo affermare che è priva di fondamento tanto l’idea secondo cui la Germania «avrebbe aperto una linea di credito» a paesi come l’Italia (e dunque subirebbe «perdite enormi» in caso di uscita di un paese con saldo T2 passivo dall’euro), quanto l’affermazione di Draghi secondo cui per uscire dall’euro bisogna prima chiudere i saldi T2. Poco più di una “fake news” insomma, che però conferma una cosa: che il debito – di qualunque natura sia – continua ad essere un potente strumento disciplinare nelle mani delle classi dominanti, anche quando questo è poco più di uno spauracchio.

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L’Irlanda è pronta a dire addio al fossile

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da HuffingtonPost

Potrebbe passare alla storia come il primo Paese al mondo ad aver messo al bando i combustibili fossili: l’Irlanda ha infatti votato una legge che ha per scopo la riduzione dei fondi pubblici diretti a petrolio, carbone e gas naturale. Se passerà il test della commissione finanziaria, il provvedimento potrebbe entrare in vigore già nei prossimi mesi.

L’Irlanda si appresta, dunque, a compiere un passo epocale: il Fossil Fuel Divestment Bill, proposto dal ministro Thomas Pringle, agirà sul fondo strategico del Paese, denominato Ireland Strategic Investment Fund (ISIF), che ammonta a circa 8 miliardi di euro, e che potrebbe non essere più disponibile per compagnie che si occupino di combustibili fossili.

“Lobby e politici che continuano a negare l’esistenza del cambiamento climatico e che continuano a manipolare i dati scientifici non sono più tollerabili – ha spiegato Pringle -. Non possiamo accettare le loro azioni nei confronti di milioni di povere persone che vivono in zone sottosviluppate del pianeta e che devono fronteggiare gli effetti negativi del cambiamento climatico, attraverso carestie, migrazioni di massa e disordini sociali”.

Una volta reso esecutivo, il provvedimento indirizzerà gli investimenti dell’Ireland Strategic Investment Fund altrove, probabilmente verso compagnie che operino nel settore green. Ciò che sperano in molti è che l’Irlanda non segua l’esempio della Norvegia, che nel 2015 aveva annunciato la decisione di abbandonare tutti gli investimenti del suo fondo sovrano nel carbone. In realtà, Oslo non ha mantenuto gli impegni visto che, di fatto, si è limitato a spostare gli investimenti dalle compagnie minerarie ai produttori di energia elettrica. Il grande passo ora però potrebbe essere tentato dall’Irlanda: le premesse ci sono tutte.

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L’aristocrazia finanziaria contro il MoVimento 5 Stelle

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di Diego Fusaro – tratto dal suo intervento a Matrix

Qui non è importante la distinzione tra chi rispetta le leggi e chi non rispetta le leggi. La vera distinzione di cui nessuno parla è quella fra chi governa in nome del popolo ridotto a massa supersfruttata, precarizzata e neo-schiavile e chi invece governa in nome di un’elité finanziaria, che io chiamo, con Marx, l’aristocrazia finanziaria.

Il Pd è il partito di rappresentanza di questa aristocrazia finanziaria ultracapitalistica e post-borghese e post-proletaria. Il MoVimento 5 Stelle, dal mio punto di vista, rappresenta una forza emergente di opposizione a questa aristocrazia finanziaria, l’imponderabile nella storia, come la vittoria del No al referendum costituzionale, come la vittoria di Trump in America. Questa aristocrazia finanziaria si trova in una posizione particolare ora. Vede nei 5 Stelle il nemico principale da avversare, che è ciò che sta facendo, perché fin da quando la Raggi si è insediata a Roma c’è stata una campagna diffamatoria che usa gli eventi di Roma per screditare i 5 Stelle che lì hanno toccato interessi molto forti, come le Olimpiadi.

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Chiudiamo l’outlet Italia: difendiamo Generali dalle mani straniere

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di MoVimento 5 Stelle

Ci risiamo, ancora una volta un asset importante del nostro paese, le Assicurazioni Generali, è a rischio di scippo da parte di investitori stranieri. E’ questo forse quello che intendeva Renzi quando invitava gli investitori esteri a credere nell’Italia?

E’ così che si deve leggere la partita che si sta giocando ai piani alti della finanza italiana dove Intesa San Paolo e Mediobanca si sfidano sul terreno del Leone di Trieste.

Generali è una delle eccellenze italiane di caratura internazionale, è presente in 60 paesi con 470 società e quasi 80 mila dipendenti. Un patrimonio da 74 miliardi di premi, costituiti da polizze a monte delle quali ruotano 90 miliardi di titoli del debito pubblico italiano, e un totale di 500 miliardi di attivi gestiti. Il risparmio di diverse generazioni di italiani é in sostanza custodito nella cassaforte di Trieste.

Adesso ci risiamo. La fatica dell’euro si fa sentire, indebolisce il nostro tessuto economico e crea le opportunità di shopping per il più forte, di solito estero. Prima della crisi di Lehman, quasi 10 anni fa, le Generali valevano in borsa 30 miliardi, quanto gli altri due colossi assicurativi europei, i francesi di Axa e i tedeschi di Allianz. Oggi Generali è ferma lì, mentre Axa vale il 40% in piu’ (45 miliardi) e Allianz il 70% (70 miliardi). Ci sono motivi strategici che hanno contribuito a creare questo gap ma è soprattutto alla crisi economica italiana che dobbiamo questo. Lo dimostrano le valutazioni delle principali aziende italiane quotate in borsa nel confronto con i loro pari europei, oggi rispetto a ieri.

E il nostro governo cosa fa? Ancora una volta starà a guardare di fronte all’affronto dei francesi?
Unicredit, Telecom, Edison, Ansaldo Energia, Ansaldo Breda, Alitalia sono solo alcune delle nostre aziende, del nostro know-how, del nostro patrimonio umano, finanziario e ingegneristico che è finito in mani straniere, ma l’elenco è lunghissimo.

Come non ricordare i casi Star, Carapelli o Parmalat?

È necessario dare un freno a questa tendenza o l’Italia sarà sempre più al guinzaglio di altri paesi. Non è accettabile nemmeno immaginare o assistere ad uno spezzatino di Generali con il ramo assicurativo in Germania ceduto ad ALLIANZ ed il ramo francese ceduto ad AXA.

Rigettiamo l’idea di veder replicate dinamiche “di provenienza Svizzera” già viste in passato nello smembramento di un importante banca olandese finito con la sciagurata vendita al Monte dei Paschi di Siena di Antonveneta.

Vogliamo scongiurare ciò che tecnicamente si chiama break up e che l’ultima volta che si è visto con dimensioni analoghe a quelle del leone di Trieste in Europa nel febbraio 2007 sulla olandese Abn Amro (web link).

Partirono da lì i problemi del Monte dei Paschi perché parte di quello spezzatino comportò la cessione agli spagnoli di Santander delle attività sudamericane di ABN Amro unitamente alla Banca Antonveneta allora controllata proprio dagli olandesi. Nel giro di sei mesi la stessa Antonveneta comprata per 6 miliardi dagli spagnoli (prezzo già alto) fu rivenduta da quest’ultimi al MPS al prezzo folle di 9 miliardi condannandola così a morte con un esborso che non avrebbe mai digerito grazie all’acume del PD e del suo manager paladino in MPS Mussari il quale anziché essere cacciato su due piedi fu addirittura premiato a capo della Associazione Bancaria Italiana.

Cedere la sovranità anche nella gestione del risparmio significa consegnare all’estero i soldi degli italiani, i loro risparmi, per fare investimenti in Francia e sostenere l’economia tedesca. Abbiamo il dovere di difendere e mantenere le proprietà delle aziende e degli asset principali in Italia. Se siamo diventati uno dei paesi cardine del G8, è merito del tessuto economico del nostro paese, di quelle realtà che stiamo svendendo pezzo dopo pezzo.

Si torna dunque sempre al risparmio degli italiani, la vera residua ricchezza del paese, quella che ci tiene a galla pur in agonia all’interno dell’Euro. Quello stesso risparmio a cui attinge la Germania con la sua politica deflattiva atta a traferire ricchezza dalla periferia al centro dell’Europa. Che si tratti di Generali, Antonveneta, Etruria, Pioneer, MPS o Atlante chi ci mette i soldi sono gli italiani con i loro risparmi messi a rischio o ceduti all’estero senza avere voce in capitolo.

La incapacità di fare sistema ha contribuito a spogliare l’Italia della proprietà dei suoi marchi migliori (Indesit, Krizia, Poltrona Frau, Loro Piana, Bulgari, Bottega Veneta, Galbani, Pernigotti, Eridania, Fiorucci, Orzo Bimbo, Peroni, BNL, Cariparma, ma l’elenco è lunghissimo).

Si tratta di una questione vitale per il nostro paese. Abbiamo il dovere di difendere e mantenere le proprietà delle aziende e degli asset principali in Italia. In Italia devono avere gli interessi principali e anche l’azionariato di riferimento.

Da più di un secolo c’è un palazzo delle Generali in ogni piazza grande di Italia. Vogliamo che continui ad esserci e che continui a parlare italiano.

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Effetto cadrega

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di Beppe Grillo

In questi anni, da quando è nato il MoVimento 5 Stelle, e anche negli ultimi tempi, ci sono state persone elette con il nostro simbolo che hanno deciso di andarsene, nei comuni, nelle regioni, in Parlamento e in Europa. Le motivazioni sono sempre ridicole, un copincolla delle balle dei giornali e che anche loro smentivano prima di uscire. Mancano di fantasia e di creatività. La cosa che li accomuna tutti è l'”effetto cadrega“, che poi è la vera ragione del tradimento. Ognuno di loro si è ancorato alla sua poltrona e al suo stipendio fregandosene di essere stato eletto con un simbolo e un programma che hanno tradito e senza il quale non sarebbero mai arrivati dove sono. Il MoVimento 5 Stelle senza queste zavorre può solo fare meglio. L’unico modo per eliminare l’“effetto cadrega” è il vincolo di mandato. Chi tradisce gli elettori e non è più d’accordo con il programma per il quale è stato eletto, se ne torna a casa e lascia spazio al primo dei non eletti.

Ps: è stata avviata la procedura per far valutare al collegio dei probi viri la condotta del consigliere regionale M5S in Liguria Battistini.

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Un piano per uccidere il lupo, #CacciaunNO

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Era il 1971 quando il lupo, dopo aver rischiato l’estinzione in Italia, veniva finalmente inserito nella lista delle specie “particolarmente protette“. Oggi infatti chi uccide o cattura un lupo, rischia l’arresto da due a otto mesi. Ancora per poco, però. Perché il Piano del Ministero dell’Ambiente prevede la possibilità di ucciderlo.

Una ‘licenza di uccidere’ che rischia di cancellare più di 45 anni di battaglie. Il ‘Piano lupo’ sarà votato giovedì prossimo, 2 febbraio, in Conferenza Stato-Regioni dal Ministro dell’Ambiente, Galletti, e dai presidenti delle Regioni. Sì, proprio Galletti, lo stesso che ha firmato lo Sblocca Italia della cementificazione selvaggia, del via libera agli inceneritori, delle trivelle nei nostri mari. Che credibilità può avere uno del genere? Si direbbe quasi che un Piano ‘ammazza lupo‘ da parte sua, che di fatto legittima il bracconaggio, fosse del tutto prevedibile.

Il Piano del Pd e del Governo per uccidere il Lupo è illegittimo. Almeno per due motivi:

1. Perché prevede la possibilità di uccidere il lupo senza aver prima realizzato una serie di passaggi preliminari, e vincolanti per legge, come ad esempio il censimento dei lupi. Ad oggi, infatti, in Italia non è mai stato fatto un serio monitoraggio della specie. Come si fa a parlare di ‘abbattimenti selettivi’ se non sappiamo nemmeno con certezza quanti lupi ci sono sul nostro territorio?! Inoltre non è mai stato applicato un piano nazionale di azioni concrete in grado di consentire la convivenza tra l’uomo e il lupo, come ad esempio l’uso di recinti elettrificati o di cani pastore, in grado di fornire agli allevatori strumenti utili a proteggere le loro greggi da eventuali attacchi del lupo, o altri predatori, evitando così il conflitto. Senza questi passaggi, l’Italia rischia una nuova procedura d’infrazione europea che potrebbe portare, ancora una volta, ad uno spreco dei soldi di cittadini per centinaia di milioni di euro!

2. Il “Piano lupo” è stato realizzato con fondi pubblici, senza alcun bando, ma, come denunciato più volte dal M5S in Parlamento, è stato dato in affido diretto dal Ministero dell’Ambiente ad una onlus, l’Unione zoologica italiana, che ha fatto il lavoro che, in base a quanto previsto da un decreto del Presidente della Repubblica, doveva essere invece realizzato dall’ISPRA, in quanto braccio tecnico scientifico ed operativo del Ministero dell’Ambiente.

Tutte cose mai realizzate sul territorio nazionale e che il Pd e questo Governo non intendono realizzare, come dimostra il piano lupo del ministro Galletti. Infine, il vero paradosso del ‘Piano lupo‘, è che permette di uccidere i lupi anche se dovrebbe essere finalizzato a proteggerli! ll Movimento 5 Stelle dice NO alla licenza di uccidere il lupo! Fermiamo insieme questa strage senza precedenti che attacca la biodiversità del nostro territorio, già martoriato da bracconaggio, cementificazione, trivellazioni, discariche abusive, commercio illegale di fauna selvatica. Il 2 febbraio, fatevi sentire. Tutti insieme possiamo fare la differenza!

Potete mandare una mail al ministro dell’Ambiente, Galletti, e al presidente della vostra Regione utilizzando il form che trovate qui.

Sostenete e diffondete la battaglia per salvare il lupo!

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