Viva il voto online!

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di Beppe Grillo

La democrazia non è questione di clic, di code ai seggi, di alzate di mano o di schede su cui segnare una croce. La democrazia è questione di consentire a tutti i cittadini di informarsi, di esprimere la propria opinione e di rendere effettiva la decisione collettiva. Come questo debba essere fatto: se online, ai seggi o tramite alzata di mano è un problema strumentale. Grazie alla tecnologia oggi è possibile votare online, un sistema molto più comodo rispetto a quello dei seggi fisici. E’ completamente insensata la polemica sulla “democrazia dei clic” che sarebbe inferiore alla “democrazia delle schede di carta” di cui si fanno promotori il Pd, gli altri partiti del ‘900 e tutti i giornaloni. Nasconde una visione antistorica, antitecnologica, orientata al passato piuttosto che al futuro e anche un po’ feticista.

Per dare un minimo di senso alle loro primarie a pagamento le mettono a paragone con il MoVimento 5 Stelle. Renzi si scaglia contro quelli che decidono “tutto con un clic“, Giachetti esalta le code ai seggi per votare contro i clic, Zanda parla a vanvera di “dittatura dei clic“. Non spiegano però perchè il voto al seggio sarebbe meglio del voto online ovunque tu sia tramite smartphone o pc. C’è una superiorità nell’atto di chi è costretto a uscire di casa, recarsi a un seggio, mettersi in coda, chiudersi in una cabina elettorale, fare una croce con una matita e infilare una scheda in una scatola rispetto a chi lo fa da un cellulare in qualsiasi posto si trovi?

L’atto democratico non è quello finale del voto, ma il processo informativo che porta a essere consapevoli del voto che viene dato. Clic o scheda è una questione di progresso tecnologico e di offrire un servizio migliore ai cittadini. Il MoVimento 5 Stelle, tramite Rousseau, offre ai suoi iscritti il servizio del voto online perchè è più comodo e costa meno: è più efficiente. Scagliarsi contro la “democrazia dei clic” è come protestare contro il “bonifico dei clic” e rimpiangere i tempi in cui dovevi fare la fila in banca per pagare l’affitto o mandare soldi ai tuoi figli, o come prendersela con l’e-commerce perchè andare fisicamente in un negozio sarebbe meglio per fare un acquisto. Ma dove vivono? Per loro offrire ai cittadini la possibilità di avere un servizio online sarebbe ideologicamente sbagliato perchè cosi com’è è più “giusto“. Forse è per questo che non è stato fatto nessun passo in avanti per semplificare la burocrazia (“viva le code!“, Giachetti docet), nonostante la possibilità di offrire ai cittadini servizi più efficienti ed economici tramite strumenti digitali e in rete. La strategia del governo del Pd é di non fare nulla per l’innovazione per “non fare casino” (cit. ministro dello Sviluppo Economico). Non hanno la mentalità per farlo. Lo farà il MoVimento 5 Stelle quando sarà al governo.

Hanno la stessa lungimiranza di quelli che si opponevano ai treni e alle automobili perchè riuscivano a pensare solo a cavalli più veloci. Non possiamo lasciare il nostro futuro nelle mani di questa gente che ha lo sguardo sempre rivolto al passato. La difficoltà non è recepire le idee nuove, la difficoltà è abbandonare quelle vecchie.

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#ProgrammaAgricoltura: i trattati di libero scambio TTIP e CETA

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di MoVimento 5 Stelle

I trattati di libero scambio negoziati dalla Commissione Europea constano spesso di una segretezza anche sugli indirizzi politici che si dimostrano poi non tutelanti dei consumatori e delle realtà socio economiche degli Stati Membri del Sud Europa. TTIP e Ceta, ma anche i trattati bilaterali con i Paesi del Mediterraneo o il tentativo sulla liberalizzazione degli investimenti con la Cina, partono da presupposti spesso sconosciuti ai parlamenti nazionali. I trattati vengono sostanzialmente imposti, alla fine dell’iter, agli organi collegiali democraticamente eletti. La Commissione Europea segue proprie logiche in favore delle multinazionali come nel caso degli OGM senza dare voce ai cittadini nemmeno attraverso i propri rappresentanti.

di Monica Di Sisto, Vice presidente associazione Fairwatch

Quando i prodotti entrano nel mercato europeo di solito per i consumatori è una buona notizia: perché hanno più scelta, perché hanno possibilità di avere prezzi più favorevoli, perché a volte hanno delle cose che non si possono produrre nel nostro paese. Ma è veramente sempre così?

Negli ultimi anni, dopo l’approvazione del Trattato di Lisbona, l’Europa si è occupata del nostro commercio, cioè Bruxelles decide quali sono i Paesi con i quali accelerare gli scambi, decide quali sono i prodotti i cui scambi devono diventare più semplici. E questo molto spesso a scapito della qualità e a scapito, soprattutto, del nostro posto di lavoro.
Questo perché molto spesso, in altri Paesi lontani dal nostro ma anche vicini, non ci sono le stesse garanzie sul lavoro, non ci sono ci sono le stesse garanzie per l’ambiente, non ci sono le stesse garanzie per la tenuta sociale, per le pensioni. Questo non succede soltanto in Paesi molto poveri come quelli africani, succede anche in Paesi come gli Stati Uniti. Fare accordi commerciali con questi Paesi è molto importante ma è molto importante anche guardare all’interno di questi trattati. Spesso a Bruxelles le logiche con le quali guardano all’interno di questi trattati non sono le stesse che useremmo noi.

Cittadini esperti associazioni da circa 3 anni si stanno battendo contro il TTIP il Trattato di facilitazione degli scambi e degli investimenti tra l’Europa e gli Stati Uniti e stiamo cercando di fermare in questo momento l’approvazione da parte del nostro Paese del CETA, un accordo simile fatto con il Canada.

Perché ci preoccupiamo di questi accordi? Perché i prodotti che potrebbero arrivare da quei Paesi sono non soltanto molto più economici dei nostri, ma lo sono perché i lavoratori sono pagati peggio dei nostri, perché l’ambiente in quei paesi viene rispettato di meno, e perché intorno a quei prodotti, alla loro sicurezza, alla loro salute e alla loro qualità, ci sono molti meno controlli. Quindi questi prodotti entreranno massicciamente nei nostri mercati, nel mercato comune europeo, ed entreranno in concorrenza diretta con i nostri prodotti creando per esempio per quanto riguarda il CETA già nei primi anni di entrata in vigore circa 140000 posti di lavoro in meno. Per questo è importante guardare bene all’interno di questi trattati.

È importante che i parlamenti possano emendarli, cosa che per il momento non è possibile, ed è importante che i nostri parlamentari, sia europei che nazionali, possano leggerli man mano che la Commissione li negozia. C’è chi ritiene che questi trattati in realtà dovrebbero uscire – soprattutto quando riguardano il cibo, i servizi essenziali come l’acqua, energia – dall’aspetto commerciale. Essere trattati a parte, con delle regole che rispettino in primo luogo i diritti umani, i cittadini, l’ambiente, e con le regole che abbiamo ora non è possibile.

Possiamo però rafforzare il controllo su questi accordi, e soprattutto evitare una cosa, forse la più pericolosa. Che grazie a questi accordi si costruiscano delle commissioni ad hoc, delle commissioni che si occuperanno di agricoltura, di facilitare gli scambi dei prodotti agricoli o facilitare gli investimenti. Delle commissioni che si occuperanno, ad esempio, di decidere quali sono le caratteristiche per cui un prodotto debba essere protetto da una copia fatta in un altro Paese oppure no.

Nel CETA, per esempio, soltanto 41 prodotti italiani si prevede che vengano protetti dalle copie illegali che in questi anni sono state portate avanti in Canada. E peraltro si prevede che tutti quelli che fino ad ora ne hanno prodotte in grandi quantità possono continuare a farlo, perché non è bene che andiamo a disturbare i loro affari, ora, dopo tanti anni dall’entrata in vigore dei vecchi accordi e delle loro registrazione commerciali. Ecco, riteniamo, insieme a tante associazioni ed esperti, che questi accordi siano non soltanto degli accordi commerciali, ma abbiano un grande peso democratico.

Se noi riusciamo ad alleggerirli di tutte le parti che non gli sono proprie. Ad impedire che in trattati come questi vengano inseriti dei para tribunali, che addirittura dovrebbero difendere gli interessi delle imprese di oltreoceano, o di una parte terza, nei confronti delle nostre leggi e delle nostre regole, venendo addirittura risarciti se le nostre regole o le nostre leggi danneggiano i loro interessi. Ecco in molti crediamo che faremmo cosa buona e giusta.

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Il Reddito di Cittadinanza per riprendersi la propria vita

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di Luigi Di Maio

Il Reddito di cittadinanza è una vera e propria manovra economica in grado di far ripartire il Paese. Il Reddito di cittadinanza è uno strumento grazie al quale è possibile garantire dignità e lavoro a tutti i cittadini. E’ per questo che tutti gli stati europei lo hanno adottato, manchiamo solo noi e la Grecia.

Come funziona?
Lo Stato ti aiuta a trovare un lavoro. In cambio bisogna offrire un piccolo contributo per aiutare la collettività: formarsi e riqualificarsi per essere reinseriti nel mondo del lavoro! Se si rifiutano 3 proposte, si perde definitivamente il diritto a percepire il reddito. Il Reddito di cittadinanza consente ai cittadini di riprendersi la propria vita.
Vi aspettiamo a Perugia il 20 maggio.

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I telefonini e la nostra salute. Ecco quello che non ci dicono

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di Claudio Poggi [1]

A tutti noi è capitato, sfogliando il libretto di istruzioni di un telefonino, di imbatterci in una frase che dice più o meno questo: “… il SAR (Specific Absorption Rate) relativo all’uso di questo apparecchio è inferiore alle linee guida adottate per assicurare la sicurezza degli utilizzatori…” . Tutto a posto dunque, possiamo stare tranquilli? Assolutamente no.

IL SAR, che in italiano significa Tasso di Assorbimento Specifico
, è una quantità molto in voga nei paesi anglosassoni e tra i costruttori di telefonini e DOVREBBE rappresentare quanta radiazione elettromagnetica viene assorbita da un corpo durante l’uso di un telefonino, costituendo quindi un indice della sua pericolosità.

A parte il fatto che è paradossale basare la nostra sicurezza su una misura difficilmente riconducibile al Sistema Internazionale delle unità di misura (cfr. [2]), e che è assolutamente assodato (vd. ad es. [3]) che il SAR è una misura altamente aleatoria, dato che varia in funzione dell’età del soggetto (ad es. perché un adolescente è più idratato di una persona anziana), della costituzione (ad es. altezza, dimensioni), e di altre condizioni (ad es. se vengono indossati o no gli occhiali), rimane l’ INSORMONTABILE PROBLEMA che il SAR nasce per misurare quanta sia l’energia assorbita dal corpo umano, e quindi in ultima analisi è legato al concetto di “effetto termico”, mentre è da tempo nota [4] l’esistenza di EFFETTI BIOLOGICI a BASSO LIVELLO e cioè a livelli di Campo Elettromagnetico inferiori a quelli “termici”.

Questo cosa c’entra questo con la sentenza, dello scorso 11 aprile con la quale il Giudice Luca Fadda del tribunale di Ivrea riconoscendo il nesso causale tra Campo Elettromagnetico e tumore, condanna l’ INAIL al risarcimento del danno subito da un dipendente Telecom a seguito dell’uso intensivo del telefonino?

C’entra eccome: non dubito affatto che tutti i telefonini usati dallo sfortunato protagonista della vicenda abbiano avuto un SAR rientrante nelle linee guida proposte da ICNIRP (che, ricordiamoci, non è un ente pubblico, ma di fatto un organismo privato, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo può comportare – cfr.: lo statuto ICNIRP [5]), e riprese in sede europea da CENELEC e dal Consiglio dell U.E. con la Raccomandazione 1999/519/CE [6].
La verità è che ICNIRP, per sua stessa ammissione, regolamenta solo quello che si conosce, ma purtroppo non si conoscono i meccanismi di azione del Campo Elettromagnetico a BASSO LIVELLO, e quindi la domanda è : “come si può regolare qualcosa che non si conosce?”. Non lo si regola, appunto (vd. [6] e [7]). Alla faccia del PRINCIPIO DI PRECAUZIONE, sia pure nella versione “europea”, che è parecchio edulcorata ed attenta a contemperare le esigenze della salute e quelle industriali [8]…
Se riesco a capire che l’applicazione del Principio di Precauzione esula dalle competenze e dalle finalità di ICNIRP, mi risulta assolutamente incomprensibile perché tale principio non sia applicato dagli organismi europei.
Dunque, il SAR non serve a nulla, tranne, probabilmemente, a permettere di scrivere la frasetta tranquillizzante che ho citato all’inizio.

Come se ne esce?

Occorre considerare le cose in altro modo, un po’ meno prono alle esigenze dell’industria. In casa nostra, in Italia, ne abbiamo un esempio, anzi, probabilmente abbiamo l’ ESEMPIO migliore al mondo di come la questione dei Campi Elettromagnetici si possa affrontare…

L’ APPROCCIO PROTEZIONISTICO ITALIANO
Spesso si sente argomentare che “i limiti italiani -i noti 6V/m per intenderci- sono molto più restrittivi di quelli della maggioranza degli altri stati”. Quello che sembra sfuggire ai più è che non solo i limiti sono diversi, ma soprattutto lo è il quadro scientifico in cui detti limiti si inseriscono [9].

La questione principale è che mentre gli EFFETTI TERMICI sono ben conosciuti, e quindi è agevole trovarne i limiti protezionistici di esposizione, ad oggi rimane sconosciuto il meccanismo di azione biologica del Campo Elettromagnetico a BASSO LIVELLO.

Come abbiamo visto sopra, un approccio protezionistico basato su SAR non solo risente del vizio originale di essere in ultima analisi legato all’energia e quindi agli effetti termici, ma è anche di applicazione piuttosto aleatoria.
Ciò nonostante, la Raccomandazione 1999/519/CE del 12 luglio 1999 (“Raccomandazione del Consiglio relativa alla limitazione dell’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici da 0 a 300 GHz”) riprende integralmente le linee guida dell’ICNIRP, che si basano esattamente su valutazioni del SAR: ma questo è come dire che si prendono in considerazione solo gli effetti termici.

L’approccio protezionistico italiano rovescia il paradigma: non si limita più l’esposizione a partire dalla considerazione dell’energia assorbita dai tessuti, ma SI LIMITA LA SORGENTE.
La linea seguita dal nostro paese non è particolarmente bizzarra, dato che nel mondo non siamo i soli ad adottare questo approccio: altre nazioni lo condividono con noi, ad es. la Svizzera e la Cina (la prima con limiti minori, la seconda con limiti maggiori di quelli italiani ma inferiori ai “livelli di riferimento” della Raccomandazione Europea).

Inoltre il “modello italiano” non è soltanto ragionevole, ma è anche quello PIU’ APPLICATO tutte le volte che un inquinante minaccia la salute umana: ad es. nell’alimentazione viene limitata la quantità di sorgenti potenzialmente tossiche NEI PRODOTTI, e non QUANTO di un certo inquinante il nostro corpo possa assorbire.

A partire dal 2012 questo pregevole ed innovativo (per il settore) impianto normativo ha subito ripetuti attacchi, per es.:
– con l’ art.14 della L.179 del 18/10/2012 , che ha imposto una sorta di media sulle 24 ore delle misure relative al valore di attenzione (e prevedendo anche la misurazione a 1,5 m. sul piano di calpestio ha in qualche modo reintrodotto il concetto di SAR);
– con il Decreto del Ministero Ambiente (MATTM) del 5/10/2016 riguardante il fattore di attenuazione (fino a 6 dB) del Campo Elettromagnetico da parte di pareti e dei solai, che in caso di pareti senza finestre porta ad un RADDOPPIO del limite, e lascia una imbarazzante possibilità ai gestori di autocertificare comunque una attenuazione anche in presenza di aperture; NONOSTANTE questo, tale decreto è stato definito dal Ministro Galletti “… un altro passo avanti verso la definizione di parametri definiti sull’esposizione ai Campi Elettromagnetici, a tutela della salute dei cittadini “.

INFINE, UNA PROPOSTA
Deve essere ben chiaro che l’impianto normativo dell’ Approccio Protezionistico Italiano di cui ho parlato si riferisce alle stazioni radio base (SRB) , alle “antenne”, per intenderci, ma penso che questo modo di considerare la questione potrebbe essere esteso con relativamente poca spesa anche al mondo dei terminali portatili .

In sostanza l’Opinione Pubblica (se sta succedendo, a torto o ragione per l’ Olio di Palma, perché non dovrebbe succedere per i Campi Elettromagnetici ?) potrebbe spingere l’industria a progettare reti di telefonia mobile che richiedano un livello minimo di campo inferiore ai circa -110 dBm attuali, e contemporaneamente a progettare terminali (cioè telefonini) parimenti capaci di operare a livelli più bassi. Da progettista sono convinto che con una spesa accettabile, diciamo di pochi punti percentuali sul prezzo del telefonino, i limiti di funzionamento siano facilmente migliorabili di 5-6 dB : questo potrebbe portare ad una sensibile diminuzione della potenza emessa.
E se non vi convince questo, pensate a quanto durerebbero di più le batterie…

Certo, occorre lungimiranza, intelligenza (nel senso latino di “legere intus”, leggere dentro le cose), e soprattutto occorre un alto grado di consapevolezza da parte dell’Opinione Pubblica…

Ma penso si possa fare.

——

[1] Claudio Poggi è laureato in Ingegneria Elettronica al Dipartimento di Ingegneria Biofisica ed Elettronica dell’ Università di Genova, e si occupa da oltre 30 anni della progettazione di apparecchiature elettroniche, spesso elettromedicali, e delle problematiche inerenti l’uso dei Campi Elettromagnetici. www.claudiopoggi.it

[2] Il SI (Sistema Internazionale delle unità di misura) in Italia è il sistema legale di misura da adoperarsi obbligatoriamente in forza del D.P.R del 12 agosto 1982, n. 802 , attuazione della direttiva (CEE) n. 80/181 relativa alle unità di misura (in GU n.302 del 3-11-1982) . Il SAR è espresso con la relazione SAR=dW/dm ma la massa (espressa come m=densità*volume) non è derivabile perchè nei modelli del corpo umano è una grandezza discontinua! Una considerazione simile è valida se la definizione di SAR anzichè con differenziale è espressa con integrale di volume.

[3] Y-Y. Han, O.P.Gandhi,A.deSalles,R.B.Herberman and D.L.Davis, ” Comparative assessment of models of electromagnetic absorption of the head for children and adults indicates the need for policy changes”, L. Giuliani and M. Soffritti eds., “NON-THERMAL EFFECTS AND MECHANISMS OF INTERACTION BETWEEN ELECTROMAGNETIC FIELDS AND LIVING MATTER”: an ICEMS Monograph, Eur. J. Of Oncology-Library, vol.5,pp.301-318,2010. Published, 10/2010. http://www.icems.eu.

[4] ad es.: il Report “Bioinitiative 2012” in http://ift.tt/1iE2ydb., oppure vd. ancora: “NON-THERMAL EFFECTS AND MECHANISMS OF INTERACTION BETWEEN ELECTROMAGNETIC FIELDS AND LIVING MATTER ” in http://ift.tt/2px4mDk,

[5] http://ift.tt/2oUFGR1

[6] U.E., Raccomandazione del Consiglio 1999/519/CE, Gazzetta ufficiale n. L 199 del 30/07/1999 pag. 0059 – 0070.

[7] da “ICNIRP GUIDELINES FOR LIMITING EXPOSURE TO TIME; VARYING ELECTRIC , MAGNETIC AND ELECTROMAGNETIC FIELDS ( UP TO 300 GHZ )” ,http://ift.tt/1KDAJFU
“ …in the case of potential long-term effects of exposure, such as an increased risk of cancer, ICNIRP concluded that available data are insufficient to provide a basis for setting exposure restrictions, although epidemiological research has provided suggestive, but unconvincing, evidence of an association between possible carcinogenic effects and exposure at levels of 50/60 Hz magnetic flux densities substantially lower than those recommended in these guidelines… ”

questo è grossomodo l’approccio al problema per 50/60Hz, ma anche per le radiofrequenze non cambia molto:

“…Basic restrictions and reference levels Restrictions on the effects of exposure are based on established health effects and are termed basic restrictions.”

Cioè si regolamenta quello che è già noto; quanto al il resto, come gli effetti a lungo termine, è prima necessario che questi vengano riconosciuti, e quindi che siano accaduti… con buona pace del Principio di Precauzione [8].

[8] estratto da il Principio di Precauzione in versione “europea”: http://ift.tt/2oUte3Z
“principi generali … l’esame dei vantaggi e degli oneri risultanti dall’azione o dall’assenza di azione …”
“L’onere della prova: nella maggior parte dei casi, i consumatori europei e le associazioni che li rappresentano devono dimostrare il pericolo associato a un processo o a un prodotto messo sul mercato, eccezione fatta per i medicinali, i pesticidi o gli adittivi alimentari….”
[9] L’innovativa cornice scientifica relativa alla “limitazione della sorgente” fu per la prima volta presentata dal Dott. Livio Giuliani al XXX Congresso Nazionale dell’AIRM (Assoc. It. di Radioprotezione Medica), Cavalese, nel Febbraio 1998 e poi inserita nella “Proposta Aggiuntiva dell’Ispesl” al “Documento Congiunto Ispesl-ISS sulle Problematiche della Esposizione delle Lavoratrici e dei Lavoratori e della Popolazione ai campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici di frequenza compresa tra 0Hz e 300 GHz”, pubblicata su Fogli d’Informazione ISPESL 1997, S(4).

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Il candidato sindaco di Genova del MoVimento 5 Stelle è Luca Pirondini

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di Beppe Grillo

Il contenzioso giudiziario con Marika Cassimatis “finisce qui”, come riconosciuto dalla stessa e dai suoi legali a seguito della “rinuncia alla candidatura sotto le insegne del M5s da parte dei componenti” della sua lista; per tale motivo, avendo la stessa abbandonato il contenzioso, non c’è più interesse da parte del MoVimento a coltivare il reclamo, che pure avevamo proposto e ritenevamo fondato.

A chiusura di questa vicenda, con riferimento al post del 14 marzo 2017, preciso che le considerazioni espresse, anche quelle relative a comportamenti contrari ai principi del MoVimento 5 Stelle, riguardavano genericamente alcuni componenti della lista Cassimatis e non quest’ultima nello specifico, e che gli intenti di tali considerazioni non erano né volevano essere denigratori della sua persona. Preciso, altresì, che la dichiarazione “Nel MoVimento 5 Stelle non c’è più spazio per chi cerca solo poltrone“ non si riferiva alla signora Cassimatis, ma a quei fuoriusciti che non si sono dimessi dagli incarichi nelle Istituzioni per i quali erano stati eletti come rappresentanti del M5S”, come si evince chiaramente dal seguente passaggio del medesimo post: “anche dopo che si sono tenuti la poltrona senza dimettersi e hanno formato nuovi soggetti politici vicini ai partiti”.

Archiviata questa vicenda, il nostro obiettivo è Luca Pirondini sindaco di Genova. Forza!

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#ProgrammaAgricoltura: la Politica Agricola Comune (PAC)

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di MoVimento 5 Stelle

La PAC costituisce (e costituirà) la principale fonte finanziaria a sostegno dell’agricoltura. Circa il 35% del bilancio della UE viene destinato al settore agricolo. I fondi vengono però suddivisi sulla base di alcuni pilastri che hanno la necessità di essere rivisti in quanto non corrispondenti a logiche legato alla produttività, ma a quelle dettate dal commercio avente come faro la WTO.
Il modello è quello industrializzato e globalizzato che mal si sposa con la centralità dell’agricoltura per l’economica e il territorio. Un modello alternativo invece sarebbe quello di ripartire dallo sviluppo territoriale che consenta un benessere diffuso locale attraverso la valorizzazione delle risorse locali. Le imprese devono essere messe nelle condizioni di esprimere multifunzionalità, non limitandosi al compitino per l’intercettazione dei fondi, ma per la costituzione di un modello che inverta la tendenza attuale.

di Simone Vieri, Ordinario di Economia e politica agraria, Univ La Sapienza Roma

La PAC è stata per lungo tempo la principale politica agricola sostenuta a livello europeo. In 55 anni di storia è stata modificata e revisionata tante volte, e adesso non ha praticamente più niente dei contenuti originari, non vi è più traccia dei contenuti nutrizionistici.

Il sostegno agli agricoltori è assicurato attraverso due strumenti: un aiuto diretto al reddito la cui concessione è condizionata al rispetto alcune norme ambientali; una serie di politiche di tipo socio-strutturale, le cosiddette politiche di sviluppo rurale, che dovrebbero sostenere lo sviluppo locale, e che sono attuate in Italia attraverso le regioni.

Attraverso questo lungo processo di riforma che ha conosciuto la PAC nel corso della sua storia, molte situazioni si sono create ma sono rimaste molte delle contraddizioni iniziali di questa politica. Ancora oggi la PAC è fortemente gravata da un elevato livello di burocrazia, presenta problemi nella distribuzione del reddito: circa i 3/4 del reddito di sostegno agricolo finisce a meno di un quarto di agricoltori europei.

Ci sono problemi sotto il profilo di sostenibilità ambientale, forme di agricoltura come le monocolture e gli allevamenti intensivi continuano ad essere fortemente praticate, mentre le forme di agricoltura a minor impatto ambientale tendono a veder riconosciuto effettivamente il loro ruolo.

La dotazione per le misure di politica socio strutturale è ancora oggi carente, e non sufficiente a dare risposte adeguate rispetto ai bisogni di sviluppo dei sistemi locali. Ma la contraddizione forse più forte della PAC attuale è che essa non è più una politica autonoma, che rappresenta la sintesi delle istanze provenienti dai paesi europei, ma è diventata una politica che praticamente ha in sé solo le misure che l’Organizzazione mondiale del commercio le consente.

L’attuale assetto della PAC è infatti figlio della necessità di adeguare i contenuti delle politiche agrarie a quelle che sono le regole del commercio multilaterale. In questa situazione, tutte queste criticità costituiscono dei problemi, ma non devono far dimenticare che la PAC era e resterà il principale strumento a sostegno degli agricoltori. Per questo motivo, occorre riformarla per renderla più possibile efficace rispetto a quelle che sono le esigenze e le potenzialità di sviluppo dei nostri sistemi agricoli, e però nel fare questo non si dovrà neanche dimenticare che l’agricoltura non può essere decontestualizzata dal sistema socio economico nazionale.

Quindi la PAC dovrà essere importante per dare risposte all’agricoltura, ma dovrà anche essere in grado di integrarsi con le altre politiche economiche. Per fare questo occorre sostenere un processo di riforma e bisogna inserirsi in modo importante nel dibattito che attualmente è in corso a livello europeo, e che dovrà portare entro la fine di quest’anno alla definizione di proposte per la nuova PAC per il periodo 2021-2028.

Questo non è sufficiente perché per noi, per la nostra agricoltura, occorre andare un po’ oltre la PAC. Noi abbiamo bisogno di sostenere la ripresa economica. Nel periodo tra il 2008 e il 2014 abbiamo perso più di 9 punti di Pil, che solo in minima parte sono stati recuperati dai modesti incrementi di ricchezza registrati tra il 2015 e l’anno in corso. Abbiamo bisogno di rilanciare un modello che sia diverso da quello che ci ha portato ai disastri attuali. Abbiamo bisogno di un modello che torni a far lavorare le persone sui territori. Un modello in grado di creare benessere diffuso, attraverso la valorizzazione delle risorse locali. A questo fine il ruolo dell’agricoltura è, e può essere, fondamentale.

La nostra agricoltura ha due caratteristiche di straordinaria importanza. In primo luogo è al centro di un sistema che pesa il 15% del Pil nazionale, in secondo luogo determina il 92% del nostro territorio che non a caso è classificato come rurale.

In questo contesto occorre dunque aver bene presente che se sposiamo questa esigenza di porre l’agricoltura al centro di un nuovo modello di sviluppo, dovremmo anche scegliere le priorità in base alle quali sostenere questo obiettivo. E le priorità non possono che essere queste: operare per una riforma della PAC che la depuri dalle attuali criticità e che la renda meno dipendente dalle regole del commercio multilaterale; oppure operare affinché le politiche nazionali si integrino sempre di più con quella agricola comune e sostengano e valorizzino il ruolo che l’agricoltura può svolgere ai fini dello sviluppo.

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Francesca ed Enrico non sono soli

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di MoVimento 5 Stelle

Questo teschio di capra è stato recapitato a casa della nostra consigliere comunale di Serramazzoni (Modena) Francesca Marzani, ove abita anche il marito, ingegner Enrico Bussei, ex presidente del Comitato che si era battuto contro l’inceneritore e oggi attivista dell’associazione Libera contro le mafie.

Francesca è impegnata fortemente nella battaglia contro la cementificazione selvaggia e devastazione del territorio. Determinata, lavora a testa bassa in questo comune modenese di 8.294 abitanti, ove però si avvertono messaggi mafiosi, visti anche i precedenti: minacce, teste mozzate di animali, incendi.

Sono intervenuti i carabinieri per capire la natura del gesto ed è stata aperta un’inchiesta, perché a Serramazzoni resta un episodio non fuori dal comune e molto preoccupante.

Il messaggio arriva guarda caso pochi giorni dopo l’approvazione del nuovo piano urbanistico del Comune e pochi giorni prima della sentenza che ammazza anni di indagini della Procura sull’urbanistica malata di Serramazzoni e sull’inceneritore, perché interviene ancora una volta la vergognosa prescrizione, che cala un velo di impunità su quelle che potevano essere gravi responsabilità. Per fortuna però l’inceneritore non verrà costruito, grazie al Comitato e ai tanti cittadini che si sono voluti battere per il loro diritto alla salute, e quindi grazie anche a Francesca ed Enrico.

Non vogliamo pensare solo alla tutela della nostra famiglia, ma della imprescindibile necessità di garantire e difendere la civiltà e la lealtà in una comunità da troppo tempo ferita e spesso piegata a metodi e approcci inaccettabili, non faremo un solo passo indietro, non modificheremo di una sola virgola i valori e le azioni che abbiamo condiviso e difeso in questi anni di impegno civile.”

Sono state queste le loro prime parole, parole di coraggio e responsabilità verso una piccola comunità che sembra essere immersa in un contesto ove gli interessi di qualcuno la pervadono e la immergono in un clima di paura.

Francesca ed Enrico non hanno paura e, anche se sono solo cittadini che si battono per i diritti dei cittadini che ogni giorno vivono questa realtà, sanno di avere l’appoggio di migliaia di altri cittadini onesti che non ci stanno più a vivere in questa situazione. Ecco perché teniamo ad inviargli la nostra solidarietà e quella di tutto il M5S. Non siete soli.

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