#NonLasciamoSoloZuccaro: verità sulle Ong e sul Cara di Mineo

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di Giuseppe Brescia

Quale è il motivo di tutto questo accanimento da parte del Governo su un uomo dello Stato come il Procuratore di Catania Zuccaro, che sta invece chiedendo aiuto per arrivare alla verità sui presunti business di migranti gestiti dai criminali e che vedrebbero coinvolte alcune ONG?

Il motivo per caso è l’indagine che sta portando avanti sempre lo stesso procuratore Zuccaro sul CARA di Mineo e che mira a farlo chiudere, perché al centro di una serie di atti illegali.

Ecco allora perché il Governo ed il PD lo attaccano, anziché elogiarne il lavoro e sostenerlo.

L’indagine del Procuratore probabilmente sta andando a colpire gli interessi economici legati alla gestione e accoglienza dei migranti e riconducibili alle cooperative utilizzate dal NCD di Alfano. Quelle sotto inchiesta per probabili assunzioni in cambio di voti politici. Ecco a chi sta dando anche fastidio l’indagine.

E tutto questo con la chiara complicità del PD che, ricattato da Alfano, ha bocciato una mozione del M5S che prevedeva la chiusura dei CARA di Mineo a seguito degli illeciti riscontrati.

Il M5S non lascerà solo il Procuratore Zuccaro, così come non lascera’ mai soli tutti coloro che vogliono arrivare all’accertamento della verità. Andremo fino in fondo! Solidarietà e sostegno per Zuccaro.

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Sospetti di manipolazioni a fini economici e politici degli atti umanitari

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di L’Osservatorio Romano

Non bastano gli orrori della guerra, gli stenti di fughe interminabili, i rischi del mare aperto, lo sfruttamento economico e sessuale. Sulla pelle dei migranti sta emergendo un ennesimo scandalo: il sospetto — che purtroppo non sembra totalmente privo di fondamento — di una manipolazione a fini economici e politici anche delle operazioni di salvataggio.

La questione è stata portata alla ribalta dalle dichiarazioni del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro che sta indagando, così come avviene da parte di altre procure siciliane, su presunti contatti tra alcune ong presenti nel Mediterraneo con proprie imbarcazioni e gruppi di scafisti. Il sospetto è che le navi delle organizzazioni non governative vengano utilizzate come una sorta di taxi dai trafficanti di esseri umani per fini tutt’altro che umanitari. Un atto doveroso e irrinunciabile, come quello di salvare vite umane, verrebbe così stravolto, infangato da interessi e giochi di potere. Così come è già accaduto per l’accoglienza diventata occasione di speculazione da parte di organizzazioni criminali.

Le polemiche di questi giorni non aiutano a chiarire la questione. E la paura che venga meno lo sforzo generoso di molti per il salvataggio dei migranti non può portare a semplificare il problema negandone l’esistenza. È necessario liberare il campo da posizioni preconcette o utilitaristiche, così come è indispensabile tenere costantemente presente il dovere di salvare i migranti anche dallo sfruttamento che può essere fatto del loro dramma. Uno degli obiettivi delle indagini della procura di Catania è quello di accertare la provenienza dei fondi con i quali le ong sostengono le ingenti spese per il mantenimento delle navi in mare. In tutto questo c’è chi punta a garantire alternative ai viaggi della disperazione. Grazie ai corridoi umanitari, sono arrivati oggi all’aeroporto di Fiumicino altri 57 profughi siriani, dopo i 68 di ieri e i circa 700 dei mesi scorsi. Provengono soprattutto dalle città di Homs e Aleppo ed erano rifugiati in campi in Libano.

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A Perugia per il Reddito di Cittadinanza

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di Barbara Lezzi

L’economica italiana sappiamo tutti che è ferma. L’Italia non merita di restare il fanalino di coda dell’Europa. E’ per questo che per noi il reddito di cittadinanza è una vera e propria manovra economica. Perché? Perché farebbe ripartire immediatamente i consumi e quindi ci sarebbe un circolo virtuoso a favore anche delle nostre piccole e medie imprese. E allora facciamo ripartire la nostra economia passo dopo passo. Vi aspettiamo a Perugia il 20 maggio.

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Lo scandalo derivati

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di Elio Lannuti

Mentre il rapporto di Reporters Sans Frontieres appena pubblicato, addebita a Beppe Grillo ed al M5S la causa del problema della libertà di stampa in Italia, incurante della lottizzazione Rai, la censura sistematica dei quotidiani spesso utilizzati come manganelli mediatici, le intimidazioni di Bankitalia, Consob ed altri potentati verso i rarissimi giornalisti ed associazioni di consumatori che hanno denunciato anni prima l’omessa vigilanza ed i crac bancari che hanno azzerato oltre 1 milione di famiglie per 108 miliardi di euro, si occultano notizie scomode per i governi ed il potere, in merito alle politiche di austerità del primo governo non eletto di Mario Monti, costate 300 miliardi di euro di Pil, ed i derivati tossici, il cui impatto disastroso sul bilancio pubblico ha avuto un costo di 8,3 miliardi di euro solo nel 2016, ben 24 miliardi di euro in 4 anni, tra il 2013 ed il 2016.

Secondo le ultime statistiche di Eurostat, i derivati (scommesse rischiose, in grado di generare guadagni elevati e perdite consistenti per assicurare strumenti finanziari, come ad esempio un titolo di debito a un prezzo prefissato, flussi di cassa, un tasso di interesse fisso con uno variabile, o un importo in una valuta con una diversa), hanno avuto sul bilancio pubblico italiano un impatto negativo di oltre 8,3 miliardi nel 2016.

Gli esborsi pari a 4,250 miliardi, aggiunti agli aggiustamenti contabili che incidono sul debito pubblico, hanno raggiunto 8,324 miliardi, che cumulati tra il 2013 ed 2016 sono costati ben 24 miliardi (13,7 i soli esborsi), in media 6 miliardi di euro l’anno, mentre negli altri Stati europei, gli stessi strumenti derivati hanno un impatto negativo inferiore in Germania, di 4,5 miliardi tra 2013 e 2016, in Francia di 293 milioni, mentre hanno ridotto l’indebitamento di 11,8 miliardi in Olanda.

Il ministero dell’Economia, che ha sostenuto di aver utilizzato i derivati come assicurazione contro il rischio di aumento dei tassi, ha contratti derivati per 161 miliardi di euro, il cui ‘market to market’ negativo a fine 2016 era di 37,8 miliardi (-36,7 miliardi di fine 2015), ha pagato oneri per circa 1 miliardo di euro l’anno scorso, per l’esercizio di una clausola di estinzione anticipata da parte di una banca controparte in derivati, che si aggiunge a 3,1 miliardi di euro versati all’inizio del 2012 dal governo Monti a Morgan Stanley, che fece appello a un codicillo che le consentiva di chiudere in anticipo il contratto Isda Master Agreement sottoscritto nel 1994 con il Tesoro (di cui all’epoca era direttore generale Mario Draghi) facendosi restituire l’intero importo.

Le stesse politiche di austerità e di macelleria sociale del governo tecnico di Mario Monti, insediatosi a fine novembre 2011, invece di salvare l’Italia con la riforma delle pensioni, il dramma degli esodati ed altre misure salva banche, non hanno fatto ripartire l’economia, ma ammazzato la crescita economica, aggravando la crisi con un costo di circa 300 miliardi di euro sul Pil, come annotato dal ministero dell’Economia, in una paginetta a pagina 17 del Piano nazionale di riforma (Pnr), del Def approvato dal governo il 12 aprile, dal titolo (link allegato): “Una valutazione del ‘Salva Italia’ con la nuova variante del modello Igem con frizioni finanziarie”.

La stima degli economisti del Tesoro, pubblicata a pag 17 (pag.407 del Def, come è stato riportato oggi da un raro articolo del Fatto Quotidiano firmato Carlo Di Foggia e Marco Palombi), ha deteriorato le condizione di offerta di credito, causando un aumento medio del rapporto tra le sofferenze (i crediti inesigibili) e il capitale bancario pari al 6,2% tra 2011 e 2015″, aggravando col decreto “Salva Italia” gli effetti recessivi del consolidamento fiscale sia sul Pil sia sulle principali componenti della domanda (consumi e investimenti). L’austerità imposta dal Fiscal Compact ai Paesi Ue e realizzata in Italia dal governo Monti, ha ridotto di quasi il 10% gli investimenti e del 3,6% i consumi tra il 2012 e il 2015, riducendo gli effetti sulla ricchezza prodotta in Italia (il Pil) del 4,7% in media, cioè circa 75 miliardi l’anno per quattro anni, vale a dire circa 300 miliardi di euro. La stretta fiscale ammontava a 26 miliardi nel 2012, per poi salire a 31 nel 2013 e a 33 miliardi nel 2014, divisi nel triennio tra 65 miliardi di “maggiori entrate” (Imu, Tares, aumento dell’ addizionale Irpef regionale, 25 miliardi di “minori spese” (cioè tagli). Invece di ridurre il deficit pubblico e far calare il rapporto debito/Pil rassicurando i mercati, provocò un aumento dello spread, in precedenza attestato sotto i 400 punti, fino a 515 punti del 23 dicembre 2011 quando il testo fu approvato dal Parlamento”.
Il Mef ha confermato che le politiche di austerità imposte dal fiduciario scelto dalla Troika, di tagli, tasse e stretta sulle pensioni, invece di salvare l’Italia dalla bancarotta nel dicembre 2011, con il piano di lacrime e sangue, (lacrime gratis della ministra Elsa Fornero, sangue a pagamento di esodati, pensionati,famiglie saccheggiate ed impoverite), hanno ammazzato la crescita, aumentato disuguaglianze e povertà, compresso i consumi, finito di distruggere l’economia con una minor crescita per circa 300 miliardi di euro dal 2012 al 2015, aggravando una crisi economica, politica e sociale, che è ancora tutta da risolvere.

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#RispettoPerZuccaro

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di Luigi Di Maio

Massimo rispetto per il procuratore Zuccaro che denuncia un fatto gravissimo: ONG che potrebbero essere stat finanziate dai trafficanti, oggi il Ministro della Giustizia e il Ministro dell’interno minimizzano o mettono in dubbio questo allarme. Ma in che razza di Paese viviamo? Un Governo serio dovrebbe mettersi a disposizione di quel magistrato fornendogli tutti gli strumenti per arrivare alla verità. Ma questo è il Governo del business sull’immigrazione. Per quelli che finanziavano la campagna elettorale il Pm ha chiesto oltre 25 anni di galera. Di seguito le parole di Zuccaro ieri ad Agorà che spiegano su cosa sta indagando:

“In questo momento il modo in cui viene attuato il salvataggio in mare non fa diminuire il numero dei morti. Un natante delle ONG si porta a ridosso delle spiagge libiche, non esiste in quel momento quella situazione di pericolo che giustifica l’intervento. Se dalla Libia partono delle telefonate che dicono loro: “Possiamo mettere in mare queste imbarcazioni anche se c’è il mare agitato?”, e da parte loro si risponde: “Fate tranquillamente, tanto noi siamo a ridosso, lo potete fare”, lì la convenzione di Amburgo non è assolutamente applicabile.

Ora è chiaro che bisogna distinguere tra ONG e ONG, quelle che operano da tanto tempo su tutti gli scenari internazionali facendo veramente un gran bel lavoro, parlo di Medici Senza Frontiere, Save The Children soprattutto, che sono organizzazioni che hanno certamente scopi umanitari.

A mio avviso le ONG potrebbero essere finanziate, alcune ONG ripeto, dai trafficanti. E so di contatti.

Un traffico che oggi sta fruttando quanto il traffico della droga, moltiplicate 8500 per 600 euro circa che è il costo di ogni viaggio, e avrete delle cifre che sono significative, 8500 (persone) in tre giorni, in 3-4 giorni. Potrebbe anche essere, forse la cosa potrebbe essere anche più inquietante, che si perseguano da parte di alcune di queste ONG finalità diverse, di destabilizzazione per esempio dell’economia italiana. Chi volesse per esempio speculare su una situazione di debolezza economica dell’Italia, che non c’è dubbio viene incrementata da un afflusso di migranti incontrollato, senza dubbio ne potrebbe avere dei vantaggi.

Adesso faccio delle ipotesi e ne parlo, dovrei in teoria prima fare degli accertamenti.
Se l’informazione è corretta come fanno tutti i giornalisti seri, cortocircuito non si può creare nessun cortocircuito salvo che per effetto di persone che vogliono creare confusione. Perché se io dico chiaramente che ho delle ipotesi di lavoro, se io dico chiaramente che non tutte le ONG lavorano correttamente, è ovvio che io non creo il cortocircuito mediatico, il cortocircuito mediatico si crea se le distinzioni non vengono fatte, se i distinguo saltano.”

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Quelle 13 navi fisse nel Mediterraneo: finanziatori opachi e contatti sospetti

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di Marco Ventura, per Il Messaggero

Una flotta al servizio dei migranti e, stando alle accuse della Procura di Catania e dell’Agenzia europea Frontex, in stretto contatto con gli scafisti. Sigle di organizzazioni non governative, almeno 10, soprattutto tedesche (4) ma anche francesi, spagnole, olandesi, italiane, maltesi. Una babele di natanti in soccorso dei migranti stipati dentro gommoni e imbarcazioni di fortuna.

IL MECENATE DIETRO LE QUINTE Dietro le quinte, riflettori puntati sul mecenate americano George Soros e la sua Open Society, che però smentisce di finanziare questo fitto via vai marittimo. Tredici imbarcazioni incrociano quelle acque battendo le bandiere di Gibilterra, Nuova Zelanda, Belize, Panama e Isole Marshall: spingendosi a ridosso delle acque territoriali libiche, alcune segnalerebbero la loro presenza ai boat people secondo un metodo collaudato. Il vantaggio per i trafficanti? Poter recuperare indisturbati le imbarcazioni che, invece, gli uomini della missione aeronavale EunavForMed, distruggerebbero non prima di avere anche, se possibile, arrestato i criminali.

Ci sono le Ong che da anni affrontano sul campo la crisi, come Medici senza Frontiere e Save the Children, ma anche quelle, più piccole, sulle quali punta l’interesse di militari e investigatori. Quattro tedesche: Life Boat con la nave Minden, la Sea-watch con le Sea-watch 1 e 2, la Sea-eye e l’omonima nave, la Jugend Rettet con la Juventa. Franco-italo-tedesca è la Sos M éditerrané e con la nave Aquarius che ospita anche i medici senza frontiere. Olandese invece la Boat Refuge e Foundation con la Golfo Azzurro, spagnola la Proactiva Open Arms con la Astral, maltese la controversa Moas (Migrant Offshore Aid Station) con le Phoenix e Topaz Responder. Quanto a Medici senza Frontiere e a Save the Children, navigano rispettivamente sulla Prudence e su Vos Hestia e Dignityl. Tutte prue che solcano la “Sar zone”, la zona di “search and rescue”, ricerca e soccorso. La Sea-eye, per dire, solo nel 2016 ha portato in salvo oltre 5500 migranti. Sul sito della Ong si caldeggiava una donazione di 1000 euro per finanziare una giornata di utilizzo. La Vos Hestia di Save the Children è lunga 59 metri, può accogliere fino a 300 persone per volta ed è dotata di due gommoni di salvataggio con squadre specializzate.
MONITORAGGIO I sospetti sulle organizzazioni più piccole partono da lontano, da quando il 3 marzo 2016 il generale a capo dello staff militare UE, Wolfgang Wosolsobe, in un’audizione a porte chiuse al Parlamento inglese rivelò che i migranti ricevevano «istruzioni e linee guida su come evitare di dare informazioni» alla polizia italiana «da almeno una delle Ong». Poi la fondazione Gefira, con sede in Olanda, ha monitorato le rotte e realizzato quanto fossero vicine alle coste libiche quelle delle navi delle Ong. Tre Procure si sono mosse per indagare, in particolare a Catania il Pm Carmelo Zuccaro.

Hans-Peter Buschheuer, imprenditore portavoce della Sea-eye, sostiene che la sua Ong collabora con polizia e militari, dà salvagente e acqua ai migranti, se qualcuno sta male va nell’infermeria di bordo, e mai viola le acque territoriali navigando a una distanza «tra 22 e 30 chilometri dalle coste». Insomma, nel rispetto delle leggi. Ma Zuccaro ammonisce di avere le prove di contatti diretti fra i trafficanti e certe Ong, non le più grandi. Sarebbe accertato che alcune navi staccano i trasponder in certi momenti. E sono imbarcazioni che costano: Aquarius llmila euro al giorno, Jugend 40mila al mese. Molto attiva la Moas degli imprenditori Christopher e Regina Catrambone, lui americano, lei italiana. Christopher, per dire, era tra i finanziatori di Hillary Clinton.

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#ProgrammaAgricoltura: Etichettatura e tutela del “Made in Italy”

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di MoVimento 5 Stelle

Oggi discutiamo il secondo quesito del programma Agricoltura del MoVimento 5 Stelle. La votazione si terrà la prossima settimana. Una corretta e trasparente etichettatura si traduce in una maggiore tutela dei consumatori e in una salvaguardia più accurata delle eccellenze, con il mantenimento della libertà di una scelta consapevole. In materia di etichettatura la UE fa la voce grossa e la linea politico legislativa è lontana dalle esigenze dei paesi dalle eccellenze produttive in campo agricolo, sottostando a logiche lobbistiche a livello aziendale e di potere a livello politico in un’ottica di standardizzazione che fa maggiore gioco ai paesi del Nord Europa.
In particolare il codice doganale prevede che il paese di origine dei prodotti si debba considerare quello di ultima trasformazione, senza obbligo di apporre in etichetta la provenienza delle materie prime. Per questo motivo la UE ha sostanzialmente parcheggiato la legge 4/2011 con tanto di minaccia di infrazione proprio perché prevedeva l’indicazione in etichetta dell’origine delle materie prime.

di Antonello Paparella, Ordinario di microbiologia alimentare Univ. Teramo

Il 96% dei consumatori italiani ritiene fondamentale disporre di una informazione chiara sull’origine dei prodotti alimentari. Questo è il risultato di una recente indagine svolta dal nostro Ministero delle Politiche Agricole: ebbene 8 consumatori su 10 in Italia decidono di acquistare un alimento soprattutto perché, oltre ad essere stato realizzato in uno stabilimento italiano, è prodotto con materie prime italiane.

La posizione dell’Unione Europea è diversa
: nonostante il made in Italy sia uno strumento formidabile di marketing e spesso condizioni il prezzo dei prodotti, la UE limita l’obbligo di informazione sulla provenienza a casi molto specifici, che vanno decisi di volta in volta. Invece è realmente importante conoscere, oltre all’origine dello stabilimento, se veramente le materie prime provengono da un paese anziché da un altro.

L’Italia ha una normativa molto severa, per esempio dispone di una normativa diversa sui prodotti di salumeria, sui prodotti da ricorrenza come la colomba o il panettone. Non chiede deroghe in relazione a molti prodotti utilizzati nell’agricoltura.

Ciò nonostante l’obbligo di informazione sulla provenienza vige in Europa solo quando l’omissione possa indurre in errore il consumatore, per esempio il pesto ligure realizzato con materie prime non liguri. Oppure in alcuni settori merceologici: in Italia è obbligatorio per le carni bovine, suine e ovicaprine, per il pesce e i prodotti di acquacoltura, per il miele, le uova e i prodotti ortofrutticoli freschi, la passata di pomodoro, il latte e i prodotti lattiero caseari confezionati, e per l’olio extravergine di oliva. Quindi sono settori molto specifici. Per tutti gli altri non esiste l’obbligo di informazione sulla provenienza.

In questi ultimi anni l’esperienza italiana ha dimostrato
che esiste un reale vantaggio non solo per i consumatori, ma anche per l’industria e il produttore, se viene indicata la provenienza. Per esempio nel latte di alta qualità si è avvantaggiato il latte italiano. Oggi quasi tutto il latte di alta qualità è italiano ed esistono anche produzioni regionali e provinciali che in questo modo possono essere valorizzate. Nel miele noi abbiamo una normativa più severa di quella europea perché siamo obbligati ad indicare la provenienza esatta, e non soltanto paesi UE o paesi non UE, e questo ha creato condizioni di trasparenza e di vantaggio in un settore che sta soffrendo particolarmente per una contrazione della produzione in Italia.

Questo significa che l’indicazione obbligatoria della provenienza non soddisfa solo un’esigenza di trasparenza del consumatore ma porta vantaggio al produttore perché alimenta un percorso virtuoso di valorizzazione delle produzioni di qualità. Una cosa di cui veramente abbiamo bisogno in questo momento in tutta l’Unione Europea. È importante quindi che il produttore possa conoscere non solo dove è stata realizzata l’ultima trasformazione, ma da dove provengono le materie prime, almeno le materie caratterizzanti, quelle principali nella lista degli ingredienti.

Poiché l’obiettivo dell’Unione Europea non può che essere quello di tutelare gli interessi e il diritto alla salute e all’informazione del consumatore, è importante che quanto prima venga con reso obbligatoria l’indicazione di provenienza su tutte le materie prime o perlomeno su quelle caratterizzanti. Certo questa informazione potrebbe non essere gradita ai produttori che hanno interesse ad aiutarla, perché magari si approvvigionano di materie prime a basso costo nel mercato globale, ma non è sicuramente questo l’obiettivo della Commissione Europea.

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Solidarietà a Fabio Fucci da tutto il MoVimento 5 Stelle

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di MoVimento 5 Stelle Pomezia

La sede comunale di piazza Indipendenza è stata oggetto la scorsa notte di un attentato incendiario al piano terra. Fortunatamente l’intervento delle forze dell’ordine è stato tempestivo e ha evitato danni gravi.

Un grave attentato intimidatorio che poteva avere conseguenze gravissime. L’ennesimo tentativo di impedire all’Amministrazione di lavorare nel segno della trasparenza e della legalità che caratterizzano da sempre la nostra azione politico-amministrativa. Non ci faremo intimidire. La nostra Città ha voltato pagina 4 anni fa e i risultati si vedono: il modello Pomezia funziona ed è sempre più un esempio per la Regione Lazio e per il Paese intero. Forse a qualcuno tutto questo proprio non piace.
Sul caso sta indagando la Compagnia locale dei Carabinieri.

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È arrivata la stangata di primavera

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di MoVimento 5 Stelle

E’ arrivata la stangata di primavera, che ne preannuncia una ancora peggiore in autunno. Con la manovra correttiva siamo agli illusionismi da bancarella, ai trucchetti contabili di quart’ordine, conditi da fake news, per mascherare quello che si prepara ad essere un altro bagno di sangue.
Leggiamo che l’anno prossimo l’Iva dovrebbe “ridursi” dal 13 all’11,5%. In realtà, proprio nel ponte del 25 aprile, il governo ha messo nero su bianco, per la prima volta, un aumento di un punto e mezzo che, unito alla stangata dell’aliquota principale che sale dal 22 al 25%, fa per il momento una mazzata dal oltre 600 euro l’anno per una famiglia media, come calcolato da Adusbef e Federconsumatori.

E’ come se l’esecutivo dicesse agli italiani: “Intanto mi prendo i soldi, anche se meno di quanto vi avevo detto. Poi, tranquilli, vi restituisco tutto in autunno”. Le alchimie contabili di Gentiloni e Padoan, dettate dall’ignobile austerity imposta dalla Commissione Ue, creano solo opacità. Ma gli italiani hanno compreso il tentativo disperato di arrampicarsi sullo specchio liscio di una politica economica ridotta a mero ragionierismo sugli zerovirgola che non affronta i problemi del Paese.

Quindi c’è il prestito forzoso che lo Stato chiede a imprese piccole e piccolissime, ma pure ai malcapitati professionisti sotto forma di split payment, combinato con la stretta sulle compensazioni. Parliamo di oltre 5 miliardi, di cui soltanto 1,5 di presunto recupero di evasione. Per il resto abbiamo quasi 4 miliardi a titolo, soltanto, di anticipo di cassa che poi lo Stato dovrà restituire, anche se con maggiori ostacoli a causa del giro di vite sulle compensazioni (tra crediti e debiti fiscali), appunto.
Per le imprese è una mazzata sul fronte della liquidità che le costringe spesso a contrarre prestiti bancari con centinaia di milioni di interessi passivi a carico. E pensare che il direttore dell’Agenzia entrate, Rossella Orlandi, aveva promesso rimborsi veloci per bilanciare split payment e reverse charge. Vedremo cosa avrà da dire la Ue sull’abuso di questa inversione contabile.
C’è inoltre, nella manovra, la stretta sui pignoramenti dei beni immobiliari di un governo ipocrita che ha abolito Equitalia solo a chiacchiere e infine l’ennesimo condono sulle liti fiscali che tra l’altro è strutturato in modo del tutto insensato, perché implica il pagamento di tutte le imposte contestate anche a chi ha già vinto in primo o secondo grado di giudizio. Siamo all’improvvisazione disperata di chi non sa da che parte tirare una coperta sempre più corta per colpa di un approccio ragionieristico e succube dei diktat dell’Europa germano-centrica.

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#ProgrammaAgricoltura: I piani strategici nazionali

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Oggi discutiamo il secondo quesito del programma Agricoltura del MoVimento 5 Stelle. La votazione si terrà la prossima settimana Il fabbisogno nazionale di beni alimentari di trasformazione di materie prime spesso non è sufficientemente supportato. In un anno disgraziato come il 2016 il comparto olivicolo ha visto una produzione ridotta del 38% con la conseguenza che la domanda potrà essere soddisfatta per i soli primi sei mesi dell’anno. Stesso discorso per gli altri settori di primaria importanza come quello cerealicolo che ha conosciuto una vera e propria guerra del grano. I piani nazionali riferiti ad alcune delle colture strategiche rappresentano uno degli strumenti in grado di consentire la programmazione di misure volte ad incentivare la produzione attraverso la razionalizzazione degli impianti esistenti, lo studio di nuovi sistemi colturali e la tutela ambientale. Misure che consentono strategie produttive e commerciali tutelanti nel breve, medio e lungo periodo.

di Elio Lannutti, Presidente di Adusbef

Secondo le maggiori associazioni di categoria e sulla base di studi macroeconomici, la produzione italiana di olio d’oliva non è sufficiente al fabbisogno nazionale e alle esigenze di esportazione della nostra produzione di qualità. Si stima infatti che delle 600 mila tonnellate prodotte con piante nostrane, 400 mila vengano destinate all’export e la rimanente parte al mercato interno. La conseguenza è che in annate pessime come il 2016, col 38% in meno della produzione, il fabbisogno nazionale verrà soddisfatto solo per i primi 6 mesi dell’anno, costringendo i produttori ad attingere a materie prime o ad olii di provenienza estera, con l’inevitabile rincaro dei prezzi.

Nel luglio del 2016 la mobilitazione dei produttori di grano, in quella che è stata chiamata “la guerra del grano”, ha messo in luce le difficoltà di uno dei settori strategici della produzione primaria del Paese. Gli effetti sulla coltivazione di frumento in Italia è l’abbandono e desertificazione di un’area di 2 milioni di ettari, il 15 per cento dell’intero territorio nazionale.

I piani nazionali riferiti ad alcune delle colture strategiche rappresentano uno degli strumenti in grado di consentire la programmazione di misure volte ad incentivare la produzione, attraverso la razionalizzazione degli impianti esistenti, lo studio di nuovi sistemi colturali e soprattutto la tutela ambientale.

Sull’allevamento le proposte sono finalizzate a:

a) ottimizzare il processo di raccolta delle informazioni di miglioramento genetico del bestiame, assicurando l’interscambio in tempo reale delle informazioni tra i vari data base esistenti e la fruibilità da parte dei soggetti abilitati all’erogazione del servizio di consulenza alle imprese agricole;

b) prevedere risorse per la selezione e la conservazione delle razze autoctone;

c) eliminare i conflitti di interessi tra l’AIA (Associazione Italiana Allevatori) e gli altri centri privati che operano nel settore del miglioramento genetico delle razze. Potenziando il ruolo dell’Aia per perseguire l’obiettivo di salvaguardare l’allevamento italiano nel segno della distintività, che caratterizza le produzioni zootecniche in termini di qualità e sicurezza alimentare. Va tutelata la biodiversità zootecnica, in quanto la selezione e la conservazione della zootecnia rappresentano un prezioso investimento a lungo termine con effetti a carattere permanente di interesse pubblico finalizzato all’aumento del patrimonio nazionale, al miglioramento genetico, alla salvaguardia della biodiversità. Ulteriore intervento è l’unificazione informativa sul nome e il numero delle razze italiane per implementare e avviare programmi di conservazione efficienti.

L’attivazione di un piano olivicolo nazionale, anche a fronte della necessità di competere con la concorrenza straniera (la Spagna in 20 anni ha predisposto ben 5 piani olivicoli), non può più essere rimandato. Il piano consente l’incremento e il miglioramento della produzione nazionale attraverso la razionalizzazione della coltivazione degli oliveti tradizionali, il rinnovamento degli impianti esistenti e lo studio di nuovi sistemi colturali escludendo gli OGM, mediante un serio sostegno alle attività di ricerca e la tutela ambientale.

Perciò è necessario adottare misure e protocolli che contrastino l’insorgenza di fitopatie da batterio o altre malattie, anche attraverso la promozione di una corretta informazione tra gli addetti del settore riguardo l’utilizzo dei fitofarmaci. È inoltre necessario promuovere un sistema di tracciabilità della produzione olivicola, al fine di consentire al consumatore di conoscere, in modo chiaro e trasparente, le varie fasi per attivare il ciclo completo dalla produzione alla lavorazione e successivo commercio con la promozione di un consumo “informato” dell’olio tramite una capillare e sistematica inculturazione sia sull’olio extra vergine di oliva che sul prodotto “made in Italy”. Va inoltre tutelata l’olivicoltura a valenza paesaggistica, di difesa del territorio e storica.

La crisi del settore cerealicolo, sia sul versante dei prezzi della materia prima che su quello relativo alle peculiarità produttive, impone l’attivazione di un piano cerealicolo nazionale che introduca una programmazione strategica nell’ottica di una visione integrata di sistemi colturali sostenibili, che consentano di qualificare anche le produzioni cerealicole, incluse quelle del settore mangimistico a sostegno delle filiere zootecniche di qualità.

Oltre alla incentivazione degli strumenti di aggregazione di filiera
, quali OP e OI, occorre assumere iniziative mirate ad assicurare all’industria di trasformazione determinati volumi di prodotto e al produttore la collocazione della materia prima ad un prezzo congruo e slegato dalle contrattazioni delle borse merci; a tal fine è urgente l’istituzione di una Commissione unica nazionale per il mercato dei cereali. È importante anche la ricerca e la necessità di orientarne gli obiettivi verso la messa a punto di sistemi di ammodernamento della filiera, a partire dal settore sementiero, oltre a quello agricolo e industriale, anche tramite la costituzione di Gruppi Operativi come previsti dai PSR 2014-2020, la valorizzazione delle produzioni di qualità e la loro innovazione tramite il trasferimento delle conoscenze.

Il lattiero caseario è il settore che maggiormente ha risentito delle politiche interne e comunitarie in termini negativi. Negli ultimi venti anni il paradigma di filiera ha subito notevoli mutamenti, costringendo due terzi degli operatori a chiudere. Seppur con qualche miglioramento, la politica risulta ancora lenta nel sostentamento del comparto, specie in un regime di scarsità produttiva che è ben lontana dal soddisfare il fabbisogno nazionale.

Molto del latte commercializzato in Italia proviene da altri Paesi Europei che hanno una maggiore redditività legata a diversi fattori: un minor costo unitario di produzione, maggiore accesso alle terre, maggiori spazi per gli allevamenti, politiche agricole più efficienti e meno burocratizzate, tecniche di produzione più avanzate dei produttori italiani.

Tale gap accentuato rispetto ad altri Paesi europei, in termini di dimensione media aziendale, resa dei capi, superficie agricola disponibile, dipendenza dall’esterno per i mangimi, deve essere colmato. L’indagine Antitrust- IC51:” fotografa un settore già avviato ad una ristrutturazione intensa, che ha portando alla fuoriuscita di numerose aziende e a un contestuale aumento delle dimensioni e della produttività delle stesse. Il numero delle imprese attive sul mercato si è ridotto di oltre i 2/3 negli ultimi 20 anni, mentre la produzione media commercializzata per allevamento è più che triplicata”.

Tale squilibrio legato all’andamento internazionale dei prezzi, aumenta ancora di più questa leva di filiera, con l’andamento volatile dei prezzi del latte crudo ha portato ad una riduzione degli allevatori. Il Movimento 5 stelle si pone l’obiettivo di incidere sia sulle frodi e nell’etichettatura, nelle caratteristiche produttive, per restituire il potere negoziale dei produttori a livelli competitivi rispetto alla grande industria, mettendo nelle condizioni i piccoli di poter avere un miglior ventaglio di opportunità nel passaggio produzione/trasformazione.

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