Stress test, dal 2018 anche sui titoli tossici: il muro del silenzio si sta sgretolando

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di Marco Valli, EFDD – M5S Europa

Derivati e i titoli tossici, classificati come asset Level 3 e Level 2, rappresentano chiaramente la più grave minaccia alla stabilità finanziaria. Eppure la vigilanza europea, ossessionata dal rischio di credito, ha sinora preferito ignorare l’impatto di questi strumenti rischiosi e opachi nei bilanci delle banche. Si tratta di una inaccettabile disparità di trattamento tra rischi bancari che provoca una enorme distorsione della concorrenza, penalizzando le banche italiane focalizzate sulle attività tradizionali di finanziamento di famiglie e PMI.

Oggi, dopo lunghe pressioni sulla questione volutamente dimenticata del rischio di mercato posto dagli asset L3 e L2, l’EBA in questa lettera ci fa sapere che finalmente inserirà questi asset nei prossimi stress test per il 2018. É una buona notizia, ma staremo a vedere in che modo. Quanto affermato dall’Autorità Bancaria Europea nella lettera non è certo molto rassicurante: la nuova metodologia sarà sviluppata in consultazione con le banche stesse.

In totale, secondo dati Bankitalia, gli asset “Level 2” e “Level 3” ammontano a ben dodici volte l’ammontare dei crediti deteriorati netti. Eppure, non è mai stato fatto alcuno screening, analisi quantitativa o stress test che tenga conto dei rischi relativi a questi strumenti. Per le istituzioni preposte a valutare la solidità delle banche europee (e decidere quali devono essere liquidate o “bailinate”) semplicemente il problema non esiste, perché l’attenzione, come denunciamo dal 2014, è totalmente riposta sul rischio di credito e il problema dei crediti deteriorati.

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I finanziamenti (nascosti) degli ospedali privati al partito del ministro della Salute Lorenzin

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di Ulisse Spinnato Vega, giornalista

Con 60mila euro gentilmente regalati tra il 2014 e il 2015, le cliniche private affiliate all’Aiop (Associazione italiana ospedalità privata) di Lazio, Toscana e Lombardia rappresentano il primo donatore del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano e del ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Sì, avete capito bene: i centri medici privati e il partito che occupa il dicastero responsabile del sistema sanitario.

Il MoVimento 5 Stelle lo ha scoperto analizzando le tabelle sulle erogazioni liberali superiori a 5mila euro da parte di persone fisiche e giuridiche alle formazioni politiche. Dati in teoria pubblici, ma che, almeno nel caso di Ncd, non appaiono in dettaglio nel rendiconto 2014, mentre nella relazione del tesoriere sul 2015 vengono sì riportati in elenco, ma con gli opportuni omissis, giustificati da esigenze di privacy del donatore. E vengono esposti in modo parziale pure nella relazione del tesoriere al bilancio 2016, con Aiop che non compare affatto (malgrado i contributi dell’associazione siano stati registrati a Montecitorio proprio l’anno scorso). Insomma, si tratta di informazioni formalmente disponibili, eppure spesso difficilissime da reperire in concreto.

Inoltre Aiop, raggiunta al telefono sotto mentite spoglie (un cronista freelance) per non destare sospetti, a domanda esplicita ha negato di aver mai rigirato fondi ad alcun partito. Dunque, gli ospedali privati hanno finanziato la formazione politica del ministro della Salute con ben 60mila euro sugli 810mila incassati complessivamente da Ncd nel biennio 2014-2015 (e protocollati in Parlamento nel 2016). Una cifra importante, se si considera che gran parte degli altri fondi arriva dagli stessi esponenti del partito di Alfano. Ne deriva che le cliniche private fanno molto affidamento su un partito che naturalmente non amministra in solitudine nessuna regione (è nelle coalizioni di governatori importanti come Maroni o Toti), quindi non ha le mani in modo diretto su pezzi del Servizio sanitario nazionale. Tuttavia ha posti importanti di governo, a partire proprio dal ministero della Salute.

Peraltro, i legami tra Ncd e Aiop sono vari e ramificati, dato che, per dirne una, la presidente dell’associazione in Sicilia e vicepresidente nazionale, Barbara Cittadini, “regina” delle cliniche private nell’Isola, è sposata con il deputato alfaniano Dore Misuraca. Aiop, che aderisce a Confindustria, è la più importante sigla di settore. Rappresenta circa 500 case di cura sparse in tutta Italia, con oltre 53mila posti letto di cui 45mila immancabilmente accreditati presso il Ssn. I 60mila euro erogati in due anni a Ncd non sono esattamente “argent de poche”, visto che i consuntivi associativi 2015 e 2016 della sede nazionale riportano avanzi cumulati inferiori a 27mila euro. Però sono soldi ben spesi, data la tendenza degli ultimi governi (Lorenzin è al dicastero della Salute già dai tempi di Enrico Letta) a depauperare la sanità pubblica in favore di quella convenzionata e privata tout court.

Si potrebbe parlare a lungo, ad esempio, delle prestazioni considerate “inappropriate” dal ministero e dunque a rischio tagli per far cassa. Ma restando all’attualità, l’inquilina centrista di Lungotevere Ripa, spalleggiata fortemente dal Bomba, ha lanciato la crociata sulla vaccinazione a tappeto con un decreto che adesso prevede dieci trattamenti obbligatori dal prossimo settembre. Gli stanziamenti sono previsti dal nuovo Piano di prevenzione vaccinale 2017-19 e ammontano a 413 milioni per il triennio. Nel dettaglio: 100 milioni quest’anno, 127 milioni nel 2018 e 186 milioni a partire dal 2019. Secondo le stime delle Regioni, il piano dovrebbe raggiungere circa 800mila under 16 non vaccinati per 6-7 milioni di certificati e un primo impatto di spesa pari a 150 milioni per l’acquisto dei vaccini necessari.

Le strutture pubbliche ce la faranno da sole a rispondere all’enorme domanda che verosimilmente scaturirà dalle nuove norme? Oppure, oltre al ruolo delle farmacie, la sanità privata accreditata sarà chiamata a supporto dalle Asl, magari con convenzioni ad hoc? Secondo Vittorio Demicheli, epidemiologo di fama ed ex direttore della sanità piemontese, “sui destinatari in età da obbligo scolastico l’impatto maggiore del provvedimento riguarda la parte organizzativa degli ambulatori, con la gestione dell’anagrafe vaccinale, delle informazioni sugli inadempienti e delle chiamate per gli appuntamenti. Un’incombenza che ricade sul pubblico, sulle Asl”. “Mentre in merito alla immunizzazione degli adulti – spiega Demicheli – il piano introduce due vaccini negli over 65, pneumococco ed herpes zoster, che andranno a ricadere soprattutto sulla medicina convenzionata. E oltre ai costi di acquisto, ci saranno, a parità di accordi, circa 6 euro per ogni vaccino. Il conto è facile se si considera che avremo grossomodo un milione di vaccinazioni aggiuntive sugli adulti, facendo una previsione un po’ a spanne”, dice il manager della sanità piemontese.

E’ chiaro che siamo di fronte a mere stime predittive. E in linea generale, ovviamente, non tutta la sanità convenzionata fa capo ad Aiop. Tuttavia, quest’ultima rimane l’associazione più rappresentativa del comparto. L’interesse delle cliniche private per il dossier immunizzazioni è comunque evidente e l’offerta è già sul mercato. Bisogna allora cavalcare il clima di presunta emergenza sanitaria creatosi attorno al tema. Una delle tante strutture associate Aiop, la romana Villa Mafalda, parla sul suo blog di “rischio alto per il morbillo e la rosolia” e aggiunge: “Nel nostro Paese i bambini vengono vaccinati sempre meno: riguardo a molte patologie siamo sotto la soglia di sicurezza, quella che assicura la protezione anche di coloro che non possono vaccinarsi per motivi sanitari. Di conseguenza salterebbe l’immunità della popolazione riguardo le stesse malattie”. Mentre la stessa Aiop Lazio, presente tra i finanziatori di Ncd, aveva preso posizione contro la trasmissione Rai Report per la sua recente inchiesta sulle immunizzazioni.

Naturalmente, non c’è nulla di illegale. Si tratta di erogazioni regolarmente registrate, benché stranamente negate dal donatore e ignote al grande pubblico. Né si evince la prova di un “do ut des” diretto. Tuttavia, è chiaro che imprese private non fanno nulla per nulla. I cittadini, comunque, possono mettere in fila i fatti per farsi un’idea su cosa muova davvero i partiti che scrivono le leggi in questo Paese.

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Sempre più poveri: il FMI condanna Renzi, Gentiloni e anche sé stesso

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di MoVimento 5 Stelle

Ora che anche il Fondo Monetario Internazionale certifica che gli italiani si stanno impoverendo, come faranno Renzi, Gentiloni, Padoan e tutta la galassia che gravita intorno ai partiti a mascherare il loro fallimento? Nell’ultimo rapporto sull’Italia del FMI si legge letteralmente che “Gli italiani in media guadagnano ancora meno di due decenni fa“. Il reddito pro-capite, cioè il reddito nazionale diviso per il numero di abitanti, non mente. Se alla riduzione di questo parametro aggiungiamo l’aumento della diseguaglianza sociale, che è sotto gli occhi di tutti, la conclusione politica diventa chiara: i governi degli ultimi anni, da Monti a Gentiloni passando per Letta e il “rottamatore” Renzi, hanno scaricato una crisi senza precedenti sulle spalle delle classi più deboli e del ceto medio.

Secondo il FMI servirà un decennio solo per tornare ai livelli di reddito pro-capite pre-crisi (2007), ma potrebbero servirne ancora di più visto che la fragilissima crescita dell’ultimo biennio è stata trascinata da condizioni esterne favorevoli, come il basso costo del petrolio, l’abbassamento dei tassi di interesse provocato da Draghi e qualche margine di flessibilità sul deficit che la Commissione Europea è decisa a rimangiarsi nei prossimi anni.

Si sta realizzando, in pratica, ciò che abbiamo sempre detto: Renzi ha preso tempo, usando la flessibilità di bilancio per illudere i cittadini italiani e convincerli a votare la sua riforma eversiva delle istituzioni. Ha fallito, e ora Gentiloni, altro fedele esecutore dell’austerità europea, deve fare il lavoro sporco sotto dettatura di Padoan e di Bruxelles.

D’altra parte lo stesso FMI che ha distrutto la Grecia insieme a Bce e Commissione europea “suggerisce” all’Italia di fare ancora più austerità di quanto ci chiede l’Europa, portando il bilancio strutturale, cioè quello al netto del ciclo economico, in surplus dello 0,5% nei prossimi anni. E c’è di più: nello stesso rapporto sempre gli uomini del FMI rilevano che la produttività è bassa e gli investimenti sono crollati del 25% rispetto al 2007. Che sorpresa! Non sarà forse perché la cosiddetta “austerità espansiva” che la Troika ha sempre caldeggiato è una balla pazzesca, un vero scempio alla scienza economica?

L’Italia può risollevarsi solo ripudiando tutto il pacchetto neoliberista degli ultimi 20 anni, e tornando a sviluppare una politica economica a misura di lavoratori, piccole medie imprese e risparmiatori. Basta freddi tecnici mandati da Bruxelles a liquidare le nostre ricchezze accumulate nei decenni, basta finti rinnovatori controllati a vista d’occhio da Padoan, e basta lezioncine dalle “istituzioni terze”, che in realtà sono il braccio armato degli interessi della grande finanzia nazionale e internazionale.

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Sempre più poveri: il FMI condanna Renzi, Gentiloni e anche sé stesso

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di MoVimento 5 Stelle

Ora che anche il Fondo Monetario Internazionale certifica che gli italiani si stanno impoverendo, come faranno Renzi, Gentiloni, Padoan e tutta la galassia che gravita intorno ai partiti a mascherare il loro fallimento? Nell’ultimo rapporto sull’Italia del FMI si legge letteralmente che “Gli italiani in media guadagnano ancora meno di due decenni fa“. Il reddito pro-capite, cioè il reddito nazionale diviso per il numero di abitanti, non mente. Se alla riduzione di questo parametro aggiungiamo l’aumento della diseguaglianza sociale, che è sotto gli occhi di tutti, la conclusione politica diventa chiara: i governi degli ultimi anni, da Monti a Gentiloni passando per Letta e il “rottamatore” Renzi, hanno scaricato una crisi senza precedenti sulle spalle delle classi più deboli e del ceto medio.

Secondo il FMI servirà un decennio solo per tornare ai livelli di reddito pro-capite pre-crisi (2007), ma potrebbero servirne ancora di più visto che la fragilissima crescita dell’ultimo biennio è stata trascinata da condizioni esterne favorevoli, come il basso costo del petrolio, l’abbassamento dei tassi di interesse provocato da Draghi e qualche margine di flessibilità sul deficit che la Commissione Europea è decisa a rimangiarsi nei prossimi anni.

Si sta realizzando, in pratica, ciò che abbiamo sempre detto: Renzi ha preso tempo, usando la flessibilità di bilancio per illudere i cittadini italiani e convincerli a votare la sua riforma eversiva delle istituzioni. Ha fallito, e ora Gentiloni, altro fedele esecutore dell’austerità europea, deve fare il lavoro sporco sotto dettatura di Padoan e di Bruxelles.

D’altra parte lo stesso FMI che ha distrutto la Grecia insieme a Bce e Commissione europea “suggerisce” all’Italia di fare ancora più austerità di quanto ci chiede l’Europa, portando il bilancio strutturale, cioè quello al netto del ciclo economico, in surplus dello 0,5% nei prossimi anni. E c’è di più: nello stesso rapporto sempre gli uomini del FMI rilevano che la produttività è bassa e gli investimenti sono crollati del 25% rispetto al 2007. Che sorpresa! Non sarà forse perché la cosiddetta “austerità espansiva” che la Troika ha sempre caldeggiato è una balla pazzesca, un vero scempio alla scienza economica?

L’Italia può risollevarsi solo ripudiando tutto il pacchetto neoliberista degli ultimi 20 anni, e tornando a sviluppare una politica economica a misura di lavoratori, piccole medie imprese e risparmiatori. Basta freddi tecnici mandati da Bruxelles a liquidare le nostre ricchezze accumulate nei decenni, basta finti rinnovatori controllati a vista d’occhio da Padoan, e basta lezioncine dalle “istituzioni terze”, che in realtà sono il braccio armato degli interessi della grande finanzia nazionale e internazionale.

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Siamo alla frutta, anzi allo spezzatino

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di Roberta Lombardi

Ieri il nuovo presidente di Tim, oltre che Ceo di Vivendì, il francese Arnaud dePuyfontaine, ha dichiarato di essere pronto allo scorporo della rete Telecom. Attenzione! Perché lo spin-off non sarà fatto certo per fonderla con quella di Open Fiber, la società della rete controllata da Enel e Cdp, due colossi di Stato, ma per venderla con ogni probabilità ad Orange, ossia al governo francese, che non ha mai nascosto le sue mire sulla nostra infrastruttura e il nostro mercato. Se ne parlò anche in occasione del bilaterale italo francese dell’8 marzo 2016 quando pubblicamente Renzi se ne uscì dichiarandosi felice in una fusione di Tim in Orange. Pazzesco!

Altrettanto faranno con Tim Brazil, il secondo operatore brasiliano, che probabilmente i francesi venderanno a Telefonica a cui devono la scalata della nostra compagnia telefonica. Da qui la decisione di nominare Amos Genish, uomo di fiducia di Bollorè nelle attività sudamericane, artefice dell’affare GVT proprio con Telefonica. Ecco che ogni nodo viene al pettine. Il nostro Governo? Non pervenuto! Eppure i ceffoni presi da Macron con l’ingerenza in Libia, la prelazione dei cantieri navali STX e la chiusura di Ventimiglia avrebbero dovuto svegliarlo. Invece niente. Silenzio assoluto. Eppure ricordo, per molto meno, nel 2013 Letta, (oddio! Mi stanno facendo rimpiangere Letta) non esitò un attimo nell’inserire le nostre tlc tra gli asset della sicurezza e della difesa nazionale in occasione del tentativo di scalata di Telefonica. Quando pensa di fare altrettanto Gentiloni? Perché se non lo avesse ben capito, le intenzioni dei cugini d’Oltralpe, con l’acquisizione del pieno potere “di esercizio di direzione e coordinamento” di Telecom Italia, con tanto di nuova sede legale a Parigi, è la lampante dimostrazione che vogliono fare sul serio e siccome questa scelta comporterà quasi certamente anche l’accollo pro quota di parte del debito dell’Incumbent nazionale (25 miliardi netti) non staranno certo a guardare.

E’ vero che inserire le tlc negli asset della sicurezza e difesa nazionale farà scattare la reazione europea, ormai una tecnocrazia a guida franco tedesca, ma è l’unico immediato modo che abbiamo per bloccare lo spezzatino in atto. Dopodiché? Dopodiché Telecom Italia deve ritornare sotto egida pubblica così come lo sono tutti gli Incumbent dei nostri partner europei. Come? Di esproprio non se ne parla proprio, la rete di Telecom Italia, in buona parte in rame, è valutata sui 15 miliardi di euro e il gioco non vale la candela anche perché occorrerebbe spenderci altrettanto per modernizzarla. Al massimo si potrebbe acquistare Sparkle, la società che detiene i cavidotti sottomarini in fibra ottica (500 mila km di rete) che collega l’Europa al resto del mondo e che fattura 1,3 miliardi l’anno il cui valore si aggira, secondo gli specialisti, tra i due miliardi di euro. In ogni caso, anche per tutelare i 63 mila dipendenti del nostro Gruppo, l’unica alternativa è entrare nell’attuale azionariato tramite Cdp o altra società a controllo pubblico. Alla fine Bollorè ha conquistato Tim-Telecom Italia con appena 3 miliardi di euro ed adesso si appresterebbe a svenderla quintuplicando il suo investimento. Tutto questo grazie ai nostri professionisti della politica che siedono al Governo. Insomma: siamo alla frutta, anzi allo spezzatino.

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Un’assessore in giro per Roma

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di Pinuccia Montanari, assessore all’Ambiente – Roma

Ho raccolto una serie di appunti per fissare nella memoria tutto il lavoro che abbiamo fatto questa settimana. Li voglio condividere con voi per raccontarvi cosa stiama facendo. Queste ultime sono state giornate davvere impegnative. Oltre all’ordinario lavoro siamo stati alle prese con l’emergenza incendi nella pineta di Castel Fusano.
Memoria del 28 luglio
La mattina era iniziata bene, quando sono stata chiamata con urgenza a Castelfusano per incendio. Ogni giorno, nonostante i nostri interventi, sono continuati gli incendi dolosi, come sostiene il nostro Servizio Giardini.
Mentre stavamo andando a Castelfusano mi viene detto che anche un altro autodemolitore è saltato per aria. L’ennesimo. In realta si tratta di rimessaggio per barche sul Tevere. Andiamo lì. La competenza è della Regione. Sono bruciate barche in resina ed è per questo che il fumo nero avvolge il Tevere. Noi chiediamo subito un sopralluogo e una valutazione delle emissioni all’Arpa. Sembra un inferno con elicotteri che ti girano sulla testa, cani che abbaiano, le sterpaglie che continuano a bruciare. L’area è demaniale e di competenza della Regione. Anche il comandante Di Maggio, accorso sul posto, vorrebbe interrogare e mettere sotto sequestro l’area, ma le carte son tutte bruciate e il tizio proprietario rivendica una autorizzazione rilasciatagli dalla Regione nel 1960. Noi procediamo comunque. È gia la sesta attività comemrciale che salta per aria. Mentre siamo lì un albero cade a Colle Oppio. Per fortuna nessuno si è fatto male. Lascio il Tevere e arrivo finalmente alla riserva naturale in fiamme. Le fiamme sono domate. Ma c’è gente che, nonostante l’ordinanza di divieto, si aggira tra i rami bruciati con il rischio di crollo, per far vedere a suo figlio come è una foresta che brucia. Alcuni passano tra il fumo facendo jogging e controllando il polso, indifferenti. Non solo pedoni ma ciclisti. Pensiamo che ci voglia l’esercito. Una baracca che mi dicono essere li da decine d”anni si è allacciata all’idrante per prendere acqua. Questa è la situazione. Rientriamo in nottata: passiamo da Piazza Vittorio. Ci sono cassonetti puliti ed uno dove un rovistatore ha tirato fuori tutto. Mentre guardiamo il disastro, scorgo pelli di gatti che erano nel cassonetto. Faccio foto subito perché è reato. Ma non riusciremo a risalire al colpevole. Ma non ci arrendiamo. Carichiamo le batterie per un altra giornata di lavoro.

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#ProgrammaUniversità: la governance dell’Università

Il sistema di governo di cui si dota un ateneo non definisce soltanto la sua gerarchia e l’organigramma, ma determina anche il come e quali scelte e politiche che quell’ateneo adotterà. Per questo è fondamentale comprendere e decidere quale sia il sistema di governance ottimale per il nostro Paese. Se sia preferibile un sistema verticistico e fortemente piramidale come quello attuale, uno più partecipato e “orizzontale”, oppure se tra questi due modelli sia più funzionale una soluzione intermedia.

di Marco Rondina

La Legge 240 del 2010, la cosiddetta riforma Gelmini – dal nome dell’allora ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca – ha modificato molti aspetti funzionali ed organizzativi dei nostri atenei. Uno degli passaggi principali di tale cambiamento ha riguardato la governance delle università statali: composizione durata, funzionamento e modalità di disegnazione dei membri dei principali organi di governo. Vale a dire il rettore, il direttore generale, il consiglio di amministrazione e il senato accademico. A seguito delle modifiche apportate dalla Legge 240, il rettore viene sostanzialmente eletto tra soli i professori ordinari per un mandato di sei anni non rinnovabile ed è diventato il vero organo propulsore delle attività didattico scientifiche e dello sviluppo strategico dell’ateneo. Il rettore, infatti, oggi ha anche la funzione di proposta nella scelta del Direttore Generale ed ha potere di intervento rispetto al bilancio e alla programmazione triennale. Oggi dunque il rettore quindi ha un potere elevato e spesso privo di efficaci controlli e bilanciamenti.

Analizzando lo stato di salute del nostro sistema universitario a distanza di sette anni dall’entrata in vigore della legge Gelini, non si può dire che sia delle migliori. Il numero di studenti è ancora il più basso d’Europa, quello di docenti in forte contrazione, anche a causa del blocco del turnover che impedisce un adeguato ricambio generazionale, la didattica stenta ad innovarsi, il rapporto studenti-docenti continua a peggiorare. Queste criticità sono evidenti soprattutto nelle università del Meridione, quelle più penalizzate dal sistema di distribuzione delle scarse risorse a disposizione. In questi ultimi anni abbiamo infatti assistito a un pesante definanziamento del sistema universitario italiano: i fondi per il diritto allo studio non sono sufficienti e, mentre lo Stato procedeva alla riduzione delle risorse, la spending review ha contribuito a liberalizzare la tassazione studentesca
L’accentramento di poteri al vertice degli atenei, oltre ad aver tutt’altro che contribuito al miglioramento del sistema, ha determinato una condotta sempre più autoritaria all’interno delle università mentre altrove ci sono realtà che si sono orientate verso sistemi più aperti e partecipati.

Sarebbe quindi auspicabile una nuova e più moderna concezione dell’università, che assicuri una maggiore partecipazione ai processi decisionali da parte di tutte le componenti dell’ateneo. Un modello nel quale il rettore non sia più espressione soltanto della comunità scientifica, ma dell’intera comunità universitaria, e che, dunque, venga eletto anche dal personale tecnico-amministrativo e dagli studenti. Il rettore in caso un mandato più breve, ma rinnovabile, per una sola volta. Il senato accademico e i l consiglio di amministrazione saranno organi pienamente elettivi e la loro composizione sarà rappresentativa dell’intera comunità universitaria. Infine, sarebbe prevista la presenza di un organo rappresentativo permanente della popolazione studentesca.

A questi due modelli se ne aggiunge un terzo: quello vigente prima del 2010. Questo prevedeva un minor accentramento dei poteri in capo al rettore e i principali organi di rappresentanza delle università avevano una composizione maggiormente rappresentativa rispetto alla Riforma Gelmini. Non veniva però contemplato alcun limite di mandato, né per il rettore né per le altre cariche. Inoltre, la distribuzione delle competenze all’interno del senato accademico erano diverse, ma meno definite, rispetto a quanto previsto dalla Legge 240.

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