Il pizzo dei dirigenti pubblici al PD

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di MoVimento 5 Stelle

Più che un obolo sembra un pizzo. Io ti nomino e tu devi dire grazie. A modo loro, ma con i soldi nostri. Secondo l’inchiesta a firma di Franco Bechis riportata oggi su Libero, quello che il Pd avrebbe costruito in giro per l’Italia sarebbe un vero e proprio sistema: nelle amministrazioni a guida Pd i manager a nomina pubblica devono pagare il partito. Una tassa vera e propria. Una parte del suo stipendio, versato con i soldi pubblici, deve finire nelle casse del Pd. Con percentuali che variano a seconda della città.

L’articolo fa esempi concreti: si va dal 6% del Veneto al 30 di Siena, roccaforte piddina. L’ente pubblico diventa così cosa loro: nominano e ricevono. Una tassa impropria, la definisce il giornalista.

Un vero e proprio pizzo, sembra a noi. Altro che risanamento della cosa pubblica, ambizioni sbandierate sui social e in ogni dove. Gli enti amministrati dai loro manager diventano cosa loro.

L’articolo non ipotizza: descrive e riporta regolamenti federali locali del Pd che mettono la clausola nero su bianco. E’ assolutamente inaccettabile che il patrimonio pubblico e i soldi delle tasse, delle tantissime tasse che come cittadini versiamo, vengano versate per mantenere una gestione di aziende, partecipate e amministrazioni degni di un clan. Loro la chiameranno donazione, ma a ben guardare è un finanziamento pubblico al partito. Perchè i soldi della partecipata vengono versati al partito. E non è un finanziamento occulto, perchè è tutto lì, scritto e sottoscritto nero su bianco.

Ricordiamo lo scandalo urlato ai quattro venti per le regole che il Movimento 5 Stelle si è dato nei comuni, avendo come unico faro la buona gestione e la buona amministrazione.
E invece l’ipocrisia del Pd nascondeva sotto il tappeto queste regolette: e se il nominato decidesse di non versare? Potrà scordarsi altre nomine. Ma c’è un altro punto da sottolineare: il manager nominato dal Pd dovrà garantire una “condotta sobria e decorosa nella vita pubblica e privata”. Anche privata: dove è fissato il limite? Quando un manager del Pd da amministratore diventa schiavo del partito?

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L’Abruzzo brucia. D’Alfonso si dimetta

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di Sara Marcozzi, portavoce M5S Regione Abruzzo

L’Abruzzo brucia. Ancora. Il Morrone brucia da NOVE giorni! E sono circa un’altra decina gli incendi dislocati su tutto il territorio regionale. E’ ormai certa la mano dolosa che sta appiccando i fuochi: proprio nel sulmonese sono stati ritrovati gli inneschi dai Vigili del Fuoco durante gli interventi di spegnimento. Ettari ed ettari di Parchi sono andati in fumo, una vera mattanza della fauna che abitava quei boschi. Un danno incalcolabile per la nostra regione.

Ho preferito rimanere in silenzio perché credo che durante l’emergenza sia meglio impiegare le forze per risolvere i problemi, ma a distanza di nove giorni dal primo incendio sul Morrone non è più possibile restare zitti.

L’Abruzzo è una delle tante regioni che sta subendo l’emergenza incendi, a Luglio andò in fumo il Parco Nazionale del Vesuvio in Campania e in queste ore sono centinaia i fronti aperti su tutto il territorio nazionale. Siamo di fronte all’ennesima emergenza. Il Paese è ormai incapace di fare prevenzione e, cosa ancor di sconcertante, è anche impreparato a gestire l’emergenza”.

IL LIVELLO NAZIONALE

– LO SCIOGLIMENTO DEL CORPO FORESTALE DELLO STATO, ha prodotto solo una grande confusione su competenze, mezzi e risorse a tutto vantaggio dei malintenzionati, indebolendo peraltro il servizio anti-roghi. Infatti degli oltre 7.000 forestali, 6.754 sono passati ai Carabinieri, 390 ai Vigili del Fuoco e poche decine alla Polizia di Stato e alla Guardia di Finanza. Una riforma pasticciata che ha delegato ai Vigili del Fuoco l’esclusiva competenza sullo spegnimento degli incendi, un tempo assicurata anche dal Corpo Forestale. È di tutta evidenza che i 390 trasferimenti ai Vigili del Fuoco sono totalmente insufficienti per lo svolgimento di queste importanti attività e lo dimostrano le difficoltà che il nostro Paese e la nostra regione hanno avuto nella gestione degli incendi. Stesse dinamiche si evidenziano nella gestione dei mezzi, dei 32 elicotteri nelle disponibilità della Forestale, 16 sono stati assegnati ai Vigili del Fuoco e 16 all’Arma dei Carabinieri. Un pasticcio in salsa renziana che ha dimezzato la capacità di intervento, considerato che la riforma ha escluso i Carabinieri dalle competenze relative in materia di anti-incendio.

– LO SMANTELLAMENTO (DI FATTO!) DELLA PROTEZIONE CIVILE che dal 2012 in poi, complice anche la gestione Bertolaso, ha via via perso poteri, risorse e mezzi. Una rete un tempo efficiente e invidiata da tutto il mondo è stata svuotata dal proprio interno e oggi riesce a mantenere un livello insufficiente di intervento, per lo più garantito dall’impegno di migliaia di volontari a cui va il nostro ringraziamento. Basti pensare che l’attuale flotta nazionale adibita all’antincendio boschivo gestista dal Coau – Centro Operativo Aereo Unificato del Dipartimento della Protezione Civile è composta da 16 Canadair, 4 Elicotteri Erickson S64F (i mezzi più efficenti per questo tipo di interventi: capacità di carico da 9-10.000 litri, 45 secondi per il rifornimento e possibilità di gestione del getto d’acqua) e altri 8 elicotteri provenienti dal Corpo dei Vigili del fuoco. Un flotta di 28 mezzi per tutto il territorio nazionale che, in questi due mesi estivi, si è dimostrata totalmente inadeguata alla gestione delle emergenze.

Un governo nazionale che ha preferito investire in F-35 piuttosto che fornire al Paese una flotta di mezzi idonea per intervenire sui numerosi fronti di fuoco che si registrano ogni estate.

IL LIVELLO REGIONALE

– UNA FLOTTA REGIONALE INESISTENTE. A differenza di altre regioni che hanno investito cospicue risorse per i programmi antincendio, Regione Abruzzo è riuscita a stipulare una sola convenzione, peraltro con notevole ritardo, per la disponibilità di un solo elicottero. Altrove, i governi regionali, si sono mossi in anticipo con convenzioni che hanno innalzato il livello di intervento: Piemonte 5 mezzi, Lombardia 4 mezzi, Toscana 10 mezzi, Sardegna 12 mezzi e Calabria 4 mezzi. Un allarme lanciato in tempi non sospetti dalle associazioni ambientaliste e confermato anche dalle dichiarazioni del Capo della Protezioni Civile rimasto inascoltato.

– LA CATTIVA GESTIONE DEL PATRIMONIO BOSCHIVO. Il continuo abbandono delle aree interne ha generato una riduzione delle aree un tempo adibite a coltivazioni e pascoli con conseguente aumento della superficie delle aree boschive. La mancanza di manutenzione e di cure di queste aree aumenta esponenzialmente il rischio di incendi. Una su tutte: la mancata realizzazione di “Viali taglia fuoco” che in caso di incendio riuscirebbero a circoscrivere il fronte del fuoco in micro-aree, agevolando gli interventi da terra e riducendo la superficie delle aree su cui intervenire. Interventi di questo tipo avrebbero evitato che andassero in fumo interi versanti di montagna.

– LA PREVENZIONE E GLI STRUMENTI DI DETERRENZA. Stante la natura dolosa degli incendi, delle Istituzioni serie avrebbero tutti gli strumenti per arginare in maniera efficace l’azione dei piromani. Dall’impiego delle foto-trappole nei boschi, all’utilizzo di droni per la video-sorveglianza, passando per l’impiego di risorse umane specializzate nel controllo e nella sorveglianza di aree a rischio.

Quelle appena elencate sono solo alcune delle criticità e delle proposte che chi è al governo del Paese e della regione avrebbe potuto e dovuto mettere in campo. Un mix di incompetenza e scarsa attenzione alla prevenzione alla minima emergenza mettono in serio pericolo la nostra comunità. In inverno, piogge e neve inginocchiano la regione: black-out energetici, paesi isolati, strade impraticabili, ponti crollati e macchine sgombra neve numericamente insufficienti. In estate siccità e incendi alla mano dolosa dell’uomo e agli eventi atmosferici straordinari si deve rispondere con la programmazione, la prevenzione e la visione. Il PD governa il Paese da quasi 5 anni e il Presidente D’Alfonso guida la Regione da oltre 3 anni, eventi come questi vanno gestiti e programmati nel quotidiano e non derubricati a emergenze. Sono stanca di assistere al continuo scarica-barile della politica. Chi è al governo dei diversi livelli istituzionali faccia il proprio dovere, e se possibile, lo faccia prima del verificarsi di determinati eventi. Le criticità e le relative soluzioni sono ampiamente conosciute, il PD in questi anni ha sonoramente fallito.

Il Presidente D’Alfonso prenda atto dei pessimi risultati e rassegni le sue dimissioni.

[Fonte flotte aree: Helipress al 12 luglio 2017]

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Roma: l’emergenza casa che nessuno vi racconta

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di Virginia Raggi

Duecentomila abitazioni vuote, oltre diecimila persone in lista d’attesa addirittura da decenni per un alloggio popolare e lo scandalo delle occupazioni abusive di centinaia di immobili. Questi sono i numeri di Roma; questo è il vero volto dell’emergenza abitativa e la conseguenza di politiche dell’accoglienza totalmente inadeguate rispetto alla realtà di questi anni.

In questo quadro di desolazione e zone d’ombra, che si traduce in ingiustizia e sofferenze per i più deboli, abbiamo avviato un piano per cambiare il sistema dell’accoglienza e ripristinare la legalità con la dovuta attenzione nei confronti dei soggetti socialmente più fragili: anziani non autosufficienti, madri con bambini, persone disabili. Tuttavia, è sotto gli occhi di tutti come già questa “classificazione” non tenga conto delle nuove povertà e tenda a dividere le famiglie.

La questione di fondo resta l’emergenza casa. Ci stiamo lavorando dallo scorso anno. Nei mesi scorsi, molto prima che il problema esplodesse mediaticamente, abbiamo approvato due delibere per superare il disagio abitativo e tutelare le fragilità. Abbiamo tracciato un percorso: stiamo effettuando la ricognizione di tutti gli immobili del patrimonio di Roma Capitale e dei beni confiscati e sequestrati alla criminalità organizzata. Vogliamo destinarli a nuclei familiari in condizioni di fragilità all’interno del nuovo Servizio di assistenza e sostegno socio alloggiativo temporaneo (Sassat). Entro il 31 ottobre termineremo il censimento e avvieremo le attività di stima economica per gli interventi di manutenzione necessari a renderli abitabili.

Una seconda tappa è quella del 31 dicembre. Entro quella data presenteremo in Assemblea Capitolina un “Piano di azione per superare il disagio abitativo”: l’obiettivo è potenziare lo scorrimento delle graduatorie di chi ha diritto a un alloggio di Edilizia residenziale pubblica (Erp). Abbiamo già iniziato con la chiusura dei famigerati Centri di assistenza alloggiativa temporanea (Caat): sono residence che, pur costando milioni di euro ai cittadini, non risolvevano dell’emergenza abitativa dei più deboli. Mettiamo così fine a uno spreco di risorse pubbliche che riutilizzeremo – meglio – per le famiglie più in difficoltà.

C’è poi la questione dei circa 100 immobili, pubblici e privati, occupati abusivamente in tutta la città. Abbiamo già avviato un’indagine, partendo dagli stabili che risultano più a rischio dal punto di vista della sicurezza, per verificare se al loro interno vi siano persone che hanno diritto ai servizi di assistenza alloggiativa previsti per le fragilità. Ricordiamo, tuttavia, che l’ingresso viene spesso impedito ai nostri operatori sociali proprio da una parte degli occupanti che vogliono nascondere le reali condizioni all’interno degli immobili.

Insomma, il Comune sta facendo la sua parte ma deve essere chiaro che non dovranno essere tollerate nuove occupazioni: su questo, gli interventi per ristabilire la legalità da parte delle forze dell’ordine avranno il pieno sostegno dell’amministrazione capitolina.
Servono azioni di sistema, altrimenti si continuerà a rincorrere le emergenze come nel caso dello sgombero di via Curtatone. Sono necessari strumenti normativi nuovi, perché quelli esistenti non sono più adeguati a gestire un fenomeno profondamente diverso rispetto a quello di pochi anni fa. Bisogna adeguare le norme ai mutamenti della società. Tutte le istituzioni, a partire da Governo e Regione, devono essere consapevoli di questo mutamento in atto.

Il Governo dovrebbe studiare misure urgenti per disincentivare il fenomeno degli immobili sfitti o invenduti. Solo a Roma si trovano circa 200mila case vuote, che in alcuni casi formano veri e propri quartieri fantasma. È uno scandalo a cui bisogna porre rimedio, un’offesa a chi non ha un tetto ed è costretto a vivere da anni in condizioni di disagio. Soprattutto dopo la crisi economica che ha colpito l’Italia.
Il Governo, inoltre, ha a sua disposizione un immenso patrimonio che potrebbe mettere a disposizione dei Comuni per superare l’emergenza abitativa: basterebbe potenziare l’attuazione del federalismo demaniale e assegnare alle amministrazioni locali le caserme e i forti; e, beninteso, le relative risorse per riqualificarli e renderli disponibili. Darli alle famiglie.

Con la Regione Lazio abbiamo già avviato un dialogo per modificare le condizioni per utilizzare i 30 milioni di euro previsti da una recente delibera. Questi stanziamenti vanno resi realmente utilizzabili: il vincolo di destinarne una percentuale agli occupanti abusivi non ci convince.

C’è poi la questione della politica migratoria. Al momento non esiste un piano nazionale di inclusione dei migranti successivamente all’uscita dal circuito Sprar che, di fatto, sono abbandonati a carico dei Comuni. Persone che non possono neanche lasciare l’Italia, come vorrebbero, perché il Trattato di Dublino firmato dal governo glielo impedisce.
Immigrazione, accoglienza e emergenza abitativa sono temi legati tra loro. Serve una visione complessiva, nuova.

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C’è bisogno di verità

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di Luigi Di Maio

Adesso che questo tour siciliano si è concluso, ho deciso di pubblicare un post particolare. Perché sento il bisogno di raccontare alcune cose. Quando ho iniziato questa avventura nel MoVimento 5 Stelle ho messo in conto tutto: attacchi, tranelli, falsità e strumentalizzazioni. Ma forse avevo sopravvalutato la possibilità di difendermi da questa campagna di odio e menzogne nei miei confronti. In questi giorni ancora una volta sono stato definito fascista, razzista, addirittura “imprenditore della paura”. E ancora una volta, storpiando le mie parole, si è giocato a spaccare il MoVimento 5 Stelle. Era già successo quando ho denunciato che alcune Ong facevano da ‘Taxi del mare’ nel Mediterraneo o quando sono andato a Bruxelles e con i nostri europarlamentari abbiamo scoperto che Renzi aveva svenduto i nostri porti per gli sbarchi, in cambio degli 80 euro. Ed è successo anche quando abbiamo detto che molte cooperative e alberghi stavano facendo la loro fortuna sull’immigrazione. Questo tour siciliano mi è servito tanto perché ho avuto modo di parlare con migliaia di persone senza intermediari, senza tv e giornali.

Una frase che mi hanno ripetuto spesso in questi giorni è stata “la tv ti rende diverso, invece conoscendoti si capisce quanto ci credi e che persona sei”.
Quel “diverso” ho provato a chiedere cosa significasse. Per alcuni stava per “troppo freddo”, per altri “troppo moderato”, per altri ancora “antipatico”, per altri “troppo politicante”, per alcuni anche “insensibile”.
In questi venti giorni ho realizzato che forse il mainstream è riuscito a farmi sembrare diverso da come sono. Negli ultimi giorni ho letto il mio nome associato a dichiarazioni che non ho mai fatto. Non ho mai giustificato alcuna violenza della polizia, neanche verbale. Non ho mai pensato né detto che il Sindaco di Roma o il Governo nazionale non dovessero occuparsi dei migranti. Tantomeno penso che si debba utilizzare la forza per far rispettare la Legge.

Nella mia idea di Paese la polizia non spezza le braccia a nessuno, non lo minaccia neanche. Non si lanciano neppure bombole di gas contro la polizia, né si occupano (addirittura subaffittando in maniera criminale) edifici privati o pubblici.
Io le manganellate qualche volta ho rischiato di prenderle: nel periodo in cui nella Terra dei fuochi ci opponevamo all’apertura delle discariche nel parco nazionale del Vesuvio. Sono sempre stato per la legalità e la moralità. Quando si verificarono i fatti del G8 di Genova che videro la morte di Carlo Giuliani, ero al Liceo. Una delle prime iniziative che organizzai da rappresentante degli studenti fu invitare suo padre ad un’assemblea di istituto per fargli raccontare cosa fosse accaduto secondo lui. Non ci raccontò una storia “polizia contro manifestanti”. Parlammo di responsabilità politiche. Ancora oggi uno dei massimi responsabili di quella tragedia è a capo delle partecipate di Stato, nominato da destra e sinistra in tutti questi anni.

Quando è uscito nelle sale il film “Diaz” ricordo che l’ho divulgato a più amici possibili. Quello che era successo lì andava raccontato. E non va mai dimenticato.
Quando sono arrivato alla Camera ho avuto il piacere e l’onore di lavorare con tanti poliziotti e carabinieri. Abbiamo scritto insieme la legge che trasferiva le auto blu alle squadre mobili e abbiamo collaborato su molto altro. Ho imparato a conoscere queste persone. È vero che da loro bisogna pretendere la massima professionalità. Ma quando giudichiamo le nostre forze dell’ordine dobbiamo farlo con onestà intellettuale e rispetto: sono persone che guadagnano 1300 euro al mese e devono portare a casa la pelle. Ho conosciuto alcuni di loro costretti ad andare alla mensa Caritas per pagare gli alimenti alla ex moglie. Chiediamo loro altissimi livelli di professionalità, ma la loro formazione lo Stato l’ha ridotta ai minimi termini. Condanno senza se e senza ma chi tra loro sbaglia, ma non farò mai di tutta l’erba un fascio.

In questi anni ho capito che ci sono dei temi che sono come l’alta tensione. Quando li tocchi prendi la scossa. Non solo perché tocchi forti interessi di sistema, ma anche perché i media sanno che possono riuscire a farti perdere consensi. E quindi ci sguazzano.
L’immigrazione è uno di questi. È un grande business che sta finanziando la carriera di politicanti senza scrupoli o le mafie. Ma ogni volta che provo a denunciare le follie che riguardano questo ambito, l’opinione pubblica viene divisa dai media in fascisti e comunisti, razzisti e ipocriti, eccetera eccetera.
Molti mi dicono: “Chi te lo fa fare di intervenire su questo argomento. Evita di parlarne. Ti fa perdere consenso”. E questo ragionamento infatti dovrebbe dimostrare che non lo faccio per consenso. Ma io non sono mai stato quello che voleva piacere a tutti i costi e che diceva solo le cose che gli altri volevano sentirsi dire. A scuola ero quello a cui i miei compagni chiedevano di fare il rappresentante di classe “perché tu sai tenere testa ai professori”. E magari così finivo sulle scatole pure ai miei prof. È sempre stata una mia passione combattere battaglie che ritengo giuste.

Nel 2011 sono stato tra i volontari che accolsero i primi migranti nel mio comune dopo i bombardamenti della Libia. C’era bisogno di volontari perché nonostante il Governo avesse stanziato fior di quattrini per la gestione dell’emergenza, fu da subito evidente che i famosi 38 euro al giorno finissero ovunque, tranne che nei servizi a chi scappava dalle bombe.
Scrissi un pezzo su un giornale locale che si intitolava “il modello Pomigliano” dove raccontavo l’iniziativa del mio parroco che quell’anno decise di far portare a spalla, a quei ragazzi provenienti dall’Africa, il nostro Santo patrono per la consueta processione. Un modello di integrazione culturale. Ogni tanto incontro ancora qualcuno di quei ragazzi, uno lavora a pochi passi dall’abitazione della mia famiglia.

Sono ancora fermamente convinto del valore della mediazione e dell’integrazione. Penso però che al di là della tua nazionalità, che tu sia tedesco, etiope, egiziano, cinese o di qualunque altra provenienza, se vuoi partecipare al processo di integrazione e accoglienza devi rispettare le regole che si è data quella comunità che ti accoglie. Noi ti accogliamo e tu accogli le nostre regole.
E su questo concetto non arretro, perché penso che sia una battaglia giusta.

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Soldi (nostri) alla Libia: l’accordo Macron-Merkel sui migranti non funzionerà

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di Laura Ferrara, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa

Ci risiamo. Arroccati a Parigi, i cosiddetti leader europei hanno premuto control-v. Per la Libia stesso trattamento riservato alla Turchia e cioè pioggia di denaro per fermare i migranti. Ma in che modo e a chi? E chi controllerà che la loro gestione sia efficiente e civile? Non basta stanziare più soldi, servono strategie chiare di una seria cooperazione allo sviluppo. Altrimenti, il rischio è quello di appoggiare, politicamente ed economicamente, leader e Capi di Stato a dir poco discutibili. Proprio come è stato fatto con la Turchia: un accordo che ha dato non solo miliardi, ma anche credibilità e libertà di azione a un dittatore come Erdogan, che non perde tempo a imprigionare e a limitare i più basilari diritti umani e democratici.

La storia non insegna nulla, insomma. L’intervento militare voluto da Sarkozy – con il beneplacito del governo Berlusconi-Lega che aveva concesso l’uso delle basi militari italiane – è stato il trampolino di lancio per l’instabilità politica nell’area che oggi l’Italia paga a caro prezzo.

L’accordo di Parigi sarà l’ennesimo fiasco perché non si interviene sulle cause profonde che spingono le persone a fuggire dalle loro terre. Macron vuole militarizzare delle aree e far pagare il conto del suo nuovo interventismo agli italiani, così come la Merkel ha fatto con la Turchia: l’accordo sui migranti siglato con Erdogan è stato finanziato con 224,9 milioni di euro prelevati dalle casse italiane. Senza contare che in meno di venti anni, da quando Erdogan è salito al potere, l’Europa (e cioè i contribuenti europei) ha già trasferito o promesso di stanziare alla Turchia ben 36,6 miliardi di euro. I risultati sono sotto gli occhi di tutto.

Se vogliamo sbarchi zero dobbiamo subito:

1) stracciare il Regolamento di Dublino
2) sanzioni pesanti verso i Paesi che si rifiutano di ricollocare i migranti arrivati in Italia
3) se una nave che batte bandiera tedesca salva dei migranti in mare, la gestione della domanda di asilo deve essere affidata a questo Paese.
4) la presenza della polizia nelle navi delle ONG presenti nel Mar Mediterraneo.
5) vie legali di accesso per contrastare la criminalità organizzata.
6) un investimento serio per rimuovere le cause dell’immigrazione e non soldi ai dittatorelli africani o alle multinazionali occidentali che sfruttano le risorse impoverendo ancora di più i cittadini.
7) embargo di armi verso quei Paesi che fomentano guerre civili. L’Italia è da anni saldamente nella top ten dei Paesi produttori di armi del mondo, che vengono vendute ai Paesi in guerra, soprattutto in Africa e nel Medio Oriente.

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#ProgrammaBeniCulturali – I servizi aggiuntivi (2)

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di Vittorio Emiliani, giornalista e scrittore

Bisogna certamente ricondurre il Ministero dei Beni Culturali, separandolo dal turismo, che ha un’altra logica, a una sua struttura che sia meno centralizzata, da un certo punto di vista, cioè con una testa meno grossa, una testa più snella e più autorevole, peraltro, al centro, e un corpo molto forte in periferia perché questo è un Paese che ha avuto mille civiltà, che ha un patrimonio straordinario, 2000 aree archeologiche, 4000 musei tra pubblici e privati, 40000 fra torri e castelli, 100000, quasi, chiese, 2500 biblioteche antiche, quindi sparse in tutto il territorio, con culture completamente diverse, dagli arabi, ai longobardi, ai romani, agli etruschi, ai celti e così via.

Quindi ci vuole un centro forte ma una periferia non meno forte o meno robusta mentre oggi siamo arrivati a una situazione delle soprintendenze, cioè della tutela, molto molto pericolosa perché molto fragile. Tutto nasce dal fatto che Franceschini ha puntato sulla scissione fra i concetti, che invece marciavano uniti, di tutela e di valorizzazione, tutela del soprintendente, sempre più deboli, quindi sempre più debole la tutela, valorizzazione ai poli museali, quindi un’autonomia fortissima dei poli museali, di quelli che poi hanno soldi, non dei piccoli musei, evidentemente, che vengono sacrificati.

Scissione anche fra musei e territorio, per cui, i musei che sono nati dal territorio, dalle grandi famiglie, dalla soppressione degli ordini monastici conventuali e così via, i musei si trovano a essere privati del loro humus. Pensate ai musei archeologici che nascono come musei di scavo ed è sullo scavo che nascono e crescono e si sviluppano. Questa è quindi una riforma che bisogna ribaltare, tornando a una situazione precedente al 2004, possiamo dire, in cui ci sia un centro, come dico, capace di dirigere tutta la macchina e una periferia, però, capace di dialogare in maniera forte. Questo fa sì che ci vogliano anche degli investimenti nel personale. Noi spendiamo troppo poco per la cultura. Siamo al 23° posto nella classifica europea. Siamo appena prima della Grecia e della Romania, che stanno come stanno. Un Paese col nostro patrimonio spende due terzi meno, tre o quattro volte meno della Francia o della Spagna, anche questo è intollerabile. 2 miliardi e 2 di bilancio vogliono dire la spesa del 2007, cioè di 10 anni fa che è molto meno di quella del 2000, ultimo governo dell’Ulivo, organico, possiamo dire, quando la spesa per la cultura era lo 0,40% circa del bilancio dello Stato e con Berlusconi è precipitata allo 0,19 e oggi sarà sullo 0,25. Siamo in una situazione veramente pazzesca, da questo punto di vista. Bisogna che lo Stato spenda di più. I cittadini devono sapere, e non sono grandi cifre, basterebbe un miliardo in più, in realtà, che si ritrova benissimo nelle pieghe di bilancio o quasi. Non lo si può spremere dai privati, ecco, il discorso dei privati. Il discorso dei privati è importante ma, se c’è questa premessa, cioè che lo Stato fa la sua parte e chiede ai privati di fare la loro. In Italia, per la verità, le sponsorizzazioni sono abbastanza antiche ma non hanno dato poi risultati straordinari anche perché lo sponsor, in genere, finanzia opere che gli diano un grande ritorno pubblicitario: ricordiamo i cavalli di San Marco restaurati dalla Olivetti per esempio, più di recente il Colosseo, restaurato, in parte, da Della Valle, con una serie di acquisizioni d’immagine straordinaria, peraltro, con tanti milioni di visitatori.

Ebbene, l’Art Bonus varato da Franceschini è certamente una buona cosa, ma vediamo che i contributi sono spesso di piccole entità, sono privati cittadini, non di aziende che finanziano o l’evento o il totem, il grande monumento. Io credo che, una cosa, invece, più importante sarebbe quella di, oltre che aumentare la spesa pubblica per i beni culturali e ambientali, quindi paesaggistici, anche ripristinare una legge che nell’82 dette degli ottimi risultati a favore dei proprietari di dimore e di giardini storici, che sono migliaia in Italia, che danno lavoro a migliaia di persone. Si pensi ai giardinieri, per esempio. Ebbene, nell’82 la legge Scotti, la 510, previde una detrazione secca del 27% dell’imposta sul reddito, e diede risultati straordinari perché in pochi anni mobilitò 350 miliardi di lire di allora, di investimenti privati, sul patrimonio di dimore storiche e di giardini storici. Questa mi sembra una misura.
Poi bisogna anche distinguere fra sponsor e mecenati. Gli sponsor hanno un ritorno e vogliono un ritorno pubblicitario, commerciale, più o meno vistoso ma lo vogliono e nella logica d’impresa è giusto. I mecenati, pochi, aimè, quasi nessuno italiano, sono… voglio citare due casi: uno è l’informatico, Mr. Packard a Ercolano che, almeno fino a qualche tempo fa, ha investito somme considerevolissime senza chiedere nulla e finanziando i progetti di restauro e di recupero, cominciando non a caso dalle fogne e dalle canalette di scolo delle acque per evitare i guai che sappiamo delle piogge nelle zone archeologiche.
La questione dei servizi aggiuntivi
In effetti i musei italiani erano molto indietro, non c’era neanche, spesso, un custode del guardaroba, se pioveva e uno arrivava con l’impermeabile non sapeva dove metterlo, o una borsa o una valigia. La legge Ronchey, però ha ecceduto, a mio avviso. Bastava creare dei servizi al visitatore.

No, qui le società di servizi museali sono diventate una potenza anche economica, anche perché si è creato un oligopolio. Pensate, questi servizi non vengono appaltati da anni e anni, da decenni quasi, e sono tre i detentori dei servizi, che spesso, tra loro, collaborano: l’Electa Mondadori, quindi Berlusconi, la Lega delle Cooperative, CoopCulture e Civita, che è presieduta da Gianni Letta. Quindi abbiamo un chiaro quadro.

Io credo, però, soprattutto bisogna rivedere assolutamente, tornare a una struttura ante 2004, finanziando di più una struttura che sia coerente, che preveda che, come dice l’articolo 9 della Costituzione “la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” “tutela” ricomprenda anche la valorizzazione e, soprattutto, eviti questa spaccatura valorizzazione-tutela, eviti questa spaccatura soprintendenze-poli museali e crei quindi un tutto armonico, come prevede la Costituzione, ma un intervento pubblico articolato che, tra l’altro, non preveda, questo va detto, stipendi da 165 mila-195 mila euro per i direttori, super direttori dei 20, 30 musei, cosiddetti, d’eccellenza e 35 mila euro per quelli che tirano la carretta nei musei minori, per esempio nei musei medi anche, che non sono stati riconosciuti come eccellenza, chissà poi perché.

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Repubblica e la fake news sull’abusivismo a Pomezia

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di Fabio Fucci, sindaco M5S di Pomezia

E’ falso quello che scrive Repubblica. Falso che a Pomezia avremmo sanato abusi edilizi.
Tutt’altro. Abbiamo sistemato i danni lasciati dal Partito Democratico che dieci anni fa ha consentito la costruzione di uno stabile con due piani in più del previsto. Che avremmo dovuto fare, segare due piani di un palazzo completamente costruito ed abitato?
A dimostrare che abbiamo agito correttamente ci sono sia una sentenza del TAR del Lazio che le relazioni dei tecnici della Regione Lazio.

Ecco cosa dico a Repubblica: noi i due piani in più non li abbiamo potuti segare ma ci sarebbe un gran bisogno di tagliare, anzi eliminare, i soldi dei cittadini che prendete per scrivere falsità. Ecco come sono andate le cose.

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