Il segreto di Pulcinella

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di Martin zu Stolberg

Scrivo la mia opinione sulla vicenda dell’insider trading sulle banche popolari di Carlo De Benedetti risalente al 2015, recentemente emerso grazie alla pubblicazione di una audizione dell’Ing. De Benedetti davanti alla commissione d’inchiesta sulle banche. Anche perché temo che, essendoci davanti al GIP della procura di Roma una richiesta di archiviazione (giacente da due anni), e avendo la Consob archiviato nella seduta del 12.4.2017 (con astensione del presidente Vegas), il caso finirà nel nulla. Io non riesco però “ad archiviare”, perché nel corso della mia passata carriera di “operatore di borsa” venni sfiorato 14 anni fa da un caso di insider trading, e credo quindi di sapere più di qualcosa di insider trading.

I fatti.
15 gennaio 2015. De Benedetti alle 7 del mattino fa colazione con Renzi a Palazzo Chigi. Alla commissione d’inchiesta sulle banche De Benedetti riferisce che, davanti all’ascensore, al momento di salutarsi, Renzi gli dice “ah sai, poi quella cosa di cui avevamo parlato a Firenze, la riforma delle Popolari, la facciamo, va avanti”. Quindi, nota De Benedetti, lo sapevo già, lo sapevano tutti, era un punto del programma del governo, e Renzi me lo ha detto davanti all’uscere, come dire… segreto di Pulcinella. Sta di fatto che…

16 gennaio 2015 la mattina dopo aver visto Renzi, De Benedetti parla con il suo broker Bolengo, il quale dice al telefono (registrazione): “se c’è effettivamente un decreto sulle popolari saliranno, sarebbe interessante comprarle” (usa lui la parola decreto), e De Benedetti gli risponde: “passa, me l’ha detto Renzi, passa”. Compra 5 milioni di euro di titoli di banche popolari.
La sera stessa alle 17.58 esce un’Ansa che riporta “il prossimo consiglio dei ministri si occuperà e varerà la riforma delle banche popolari”.
20 gennaio CdM il consiglio dei ministri vara il decreto di riforma delle banche popolari
21 gennaio De Benedetti vende realizzando un utile di circa 600.000 euro
24 gennaio il testo del decreto legge di riforma delle popolari viene pubblcato in Gazzetta Ufficiale.

Lo scorso 18 gennaio, a Otto e Mezzo, davanti alla Gruber, De Benedetti si è giustificato dicendo:
– parlo con il mio broker tutte le mattine, per l’operatività della Romed
– non ero certo di nulla, tant’è che ho comprato put per coprirmi dal rischio che scendesse il mercato (c’entra nulla con l’insider trading, e non lo giustifica di nulla)
– non sapevo del decreto, e Bolengo che ne ha parlato non sa quale sia la differenza tra un decreto e una proposta di legge
– tutti sapevano da mesi, o persino da anni della riforma delle popolari
– ho sbagliato a dire di Renzi nel passare l’ordine, ma era pleonastico, non aggiungeva nulla (ma guarda caso invece l’ha aggiunto, perchè tutto era tranne che pleonastico…)
– è una storia ridicola, è allucinante
– è 40 anni che ho rapporti diretti con tutti i capi di governo e della banca d’Italia, e con i capi di stato di vari paesi europei (cita Kohl e Schroeder in Germania, Chirac Mitterand, Giscard d’Estaing e Sarkozy in Francia, la Tatcher in UK e Clinton e Bush padre in US), loro si vede che mi incontrano perchè hanno un qualche interesse (loro) a incontrarmi.

Per il mio giudizio qui contano 2 cose, anzi 3:
1) la contemporaneità dei fatti. Non è che De Benedetti abbia “investito” sulla riforma delle popolari, nota a tutti, cioè non ha tenuto i titoli in portafoglio per un arco di tempo che connota tipicamente l'”investimento” (che non è 5 giorni, ma settimane, o mesi). Sono concetti labili, niente è bianco e nero, ma quella di De Benedetti è stata più una “speculazione”, un trade, una “mosconata” si dice in gergo, che non un investimento. E questo non può che essere conseguenza del fatto di avere informazioni che il mercato non aveva, di una asimmetria informativa che è la base dell’insider trading. Il broker infatti fa la domanda a De Benedetti (“se passasse la riforma”), e De Benedetti risponde subito “passa, me l’ha detto Renzi, passa”. Questo è il punto decisivo, è stato lui stesso ad accusarsi con questa frase di stare operando sulla base di informazioni che solo lui riteneva di avere (“me l’ha detto Renzi”). Le aveva dal giorno prima, le ha prontamente utilizzate, ritenendole non ancora prezzate dal mercato.
La frittata è fatta. Il caso per me c’è, bello grosso.

2) Guarda caso De Benedetti passa l’ordine proprio la mattina dopo aver visto Renzi. Giorni prima che il governo vari il provvedimento. Non può essere giustificato come coincidenza, visto che l’incontro con Renzi c’è stato e De Benedetti stesso spiega al broker di sapere, perchè è stato Renzi a dirglielo. Basta questo a determinare insider trading, chiaro, semplice, quasi banale. Un uomo accorto, che tiene alla propria reputazione di onestà, dopo che Renzi gliene aveva parlato, avrebbe evitato di comprare proprio azioni delle popolari italiane. Avrebbe potuto comprare qualsiasi azione al mondo, tranne quelle.
Infatti Salvatore Bragantini, ex presidente Consob, senza voler entrare nel merito della vicenda, l’ha comunque definita “sconveniente“.
Questo è il segreto di Pulcinella che De Benedetti cerca di nascondere dietro all’altro segreto di Pulcinella, cioè che tutti sapevano. Non è vero, e infatti i prezzi sulla notizia dell’approvazione in CdM, si sono mossi. De Benedetti si è mosso un pò prima, grazie alla soffiata di Renzi, e ci ha guadagnato.

3) Perchè sia Consob che Procura di Roma allora sulla base dell’articolo 184 del Testo Unico della Finanza non hanno perseguito? E qui l’unica spiegazione che mi riesco a dare è che non abbiano voluto, o potuto aprire un caso che avrebbe probabilmente portato alla caduta del governo Renzi.
“Il conflitto di interessi è connaturato al capitalismo finanziario, ma quando passa dallo stato endemico a quello epidemico, elude ogni azione istituzionale o legislativa, ogni tipo di regola, e trascina nel caos le stesse strutture di base dei mercati” scriveva Guido Rossi ne Il Conflitto Epidemico, pubblicato da Adelphi nel 2003.
La Repubblica.
Sono volati gli stracci sia con Calabresi che con Scalfari, guarda caso proprio a seguito di questa vicenda. Il giornale ha preso le distanze dal presidente onario De Benedetti (editoriale non firmato), Scalfari è arrivato a dire che De Benedetti non è stato nè il fondatore di Repubblica (come l’Ing. aveva invece affermato a Otto e Mezzo), e ha precisato che non ha mai neanche fatto l’editore di Repubblica: “Quello dell’editore è un mestiere che non ha mai fatto. E’ stato amministratore dei suoi beni. Oltre a Repubblica aveva un patrimonio personale molto ragguardevole”, risponde Scalfari a Merlo nell’intervista pubblicata il 19 gennaio a pag. 13 di Repubblica stessa.
E ora ha messo anche in dubbio che stia, alla luce delle dichiarazioni su giornali e in tv, ancora onorando la carica di presidente onorario.

De Benedetti a Otto e Mezzo ha accusato Calabresi di essere Don Abbondio (il coraggio uno se non ce l’ha non se lo può dare), di essere la causa di una perdita di identità del quotidiano (una volta la politica italiana si faceva sulle pagine di Repubblica), ha accusato Scalfari di vanità (la risposta a Floris che tra Berlusconi e Di Maio avrebbe preferito Berlusconi) e di non essere più in grado di rispondere lucidamente a delle domande.

Insomma, c’è un imbarazzo palpabile, e si vede perchè stiano volando gli stracci, con accuse gravi, pesanti, messaggi e rimproveri molto personali neanche tanto velati. Anche perchè, probabilmente, è da anni che Repubblica va male, peggio di un mercato dei quotidiani in contrazione ormai da oltre 10 anni.
Io anche sarei imbarazzato se fossi De Benedetti e se fossi a Repubblica. Come si fa a voler essere la storia, parte della identità e ora il presidente onorario del quotidiano sul quale si dovrebbe svolgere “la politica del paese”, ma poi approfittare degli incontri che si hanno con i vertici delle istituzioni per fare bieche speculazioni in borsa? Il lobbysta-editore che guadagna con l’insider trading, un bell’intruglio!
De Benedetti è un rappresentante tipico di quella imprenditoria italiana che ha più speculato e pensato ai propri interessi personali, ad arricchirsi, che alle aziende e a chi ci lavorava. E’ fallita la “sua” Olivetti, è stata venduta a Mannesmann la Omnitel nata poco prima da una licenza pubblica. E’ fallita Sorgenia, lasciando a MPS (nazionalizzata nel 2017) un buco di 600 milioni, MPS che aveva potuto prestare a Sorgenia solo dopo averne rilevato una quota del 1.5% a prezzi fuori mercato. E poi Repubblica, con cui ora litiga, che ha ad esempio sostenuto Renzi a spada tratta, in tutto e per tutto, ed è lecito ipotizzare a questo punto chissà quali scambi di favori, oltre alla soffiata sulle Popolari. Non sono pochi gli esempi di opacità, di “conflitto di interessi endemico” nella carriera di De Benedetti, di uso spregiudicato delle informazioni e dei tanti contatti che ha elencato con fierezza a Otto e Mezzo.
Bene ha fatto Di Maio, oggetto di un attacco durissimo di De Benedetti a Otto e Mezzo (“è un poveraccio, uno che non sa nulla, che non ha mai fatto nulla, non ha un CV, è imbarazzante e impresentabile”), a rispondergli: “gli attacchi a me di De Benedetti? Me li metto subito nel CV”.

Questi gattopardi italiani, consociativi, bravi a usare le aziende, e ancora di più a usare gli aiuti di stato, a fare soldi speculando in borsa grazie alle frequentazioni delle stanze del potere, che ora si credono “grandi vecchi” (De Benedetti ipse dixit “sono l’ultimo grande vecchio, l’unico che a Renzi gli possa dire che è un cazzone”)… anche loro parte e causa dei tanti problemi di questo povero paese.

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Tutti gli eurodisastri di Berlusconi: così ha affossato il Made in Italy

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di Tiziana Beghin, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa.

Il Made in Italy è nuovamente sotto attacco: nel 2019 entrerà in vigore un Regolamento europeo del 2011 che renderà vane le leggi italiane che prevedono l’obbligo di indicare in etichetta l’origine di pasta, riso, latte, formaggi e pomodoro. Il prossimo primo febbraio la Commissione europea concluderà la consultazione pubblica e poi ci sarà il via libera ufficiale che prevede l’entrata in vigore in tutta Europa del Regolamento nell’aprile 2019.

Il Regolamento è stato approvato il 25 ottobre 2011, era in carica il governo Berlusconi che non si è opposto, in sede di Consiglio, a questo provvedimento estremamente dannoso per le imprese italiane. Il Regolamento prevede, infatti, che sarà obbligatorio dichiarare la provenienza dell’ingrediente primario se questa è diversa dal quella del prodotto finale, ma esenta da tale dovere i marchi registrati che, a parole o con il logo, già indicano la provenienza.

Tale eccezione apre, ovviamente, il campo al cosiddetto “Italian Sounding”, ovvero quel fenomeno che evoca il Made in Italy in maniera ingannevole (attraverso diciture simili, immagini con il tricolore italiano) su prodotti che non sono lavorati in Italia. Guarda caso il paniere dei prodotti italiani maggiormente colpiti all’estero dall’Italian sounding sono pasta, olio, salse, sughi e pomodoro, prodotti da forno e mozzarelle, le nostre eccellenze. Favorite da questo provvedimento sono le grandi lobby industriali che hanno interesse a occultare l’origine dell’ingrediente primario.

Questo epilogo si sarebbe potuto evitare se Berlusconi e gli eurodeputati italiani della scorsa legislatura (quando noi non eravamo ancora presenti al Parlamento europeo) avessero seguito la questione con la dovuta oculatezza e lungimiranza.

Il regolamento è stato approvato dalla plenaria di Strasburgo nel luglio del 2011. La delfina di Berlusconi, l’ex eurodeputata di Forza Italia Licia Ronzulli in aula difendeva il provvedimento con queste parole: “Grazie infatti all’accordo politico raggiunto la scorsa settimana con il Consiglio, il testo approvato consentirà ai consumatori europei di avere etichette alimentari più chiare con informazioni più dettagliate sui prodotti che ogni giorno troviamo sulle nostre tavole”. La Ronzulli non sapeva di che parlava o forse si sarà fatta scrivere il discorso da qualche lobbista amico… I partiti combinano solo disastri. È arrivato il momento di mandarli a casa!.

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100 impianti fotovoltaici per le famiglie più disagiate

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La sostenibilità ambientale può essere declinata in diversi contesti, non solo in quello energetico con l’efficienza e le fonti rinnovabili. Un altro contesto importantissimo è quello sociale, o meglio dell’inclusione sociale.

Quando abbiamo deciso di intraprendere la strada della sostenibilità, promuovendo progetti con i Comuni italiani, a partire dalle realtà più piccole e radicate nel territorio, pensavamo proprio a questo: a realizzare un qualcosa che avesse un riscontro concreto ed immediato per i cittadini.

Da qui la scelta di avviare un percorso con il Comune sardo di Porto Torres, siglando un accordo che consente di fornire a 100 famiglie più disagiate un impianto fotovoltaico (sotto i 20 kW di potenza) da installare sul tetto dell’abitazione, in modo tale che le stesse famiglie possano risparmiare circa 200 euro ogni anno sulla bolletta elettrica. Il protocollo d’intesa tra Porto Torres (in provincia di Sassari) e il Gse porta la data del 27 luglio 2017 e prevede un investimento da parte del Comune di 500 mila euro in due anni, attraverso un fondo rotativo che verrà poi sostenuto dalla vendita dell’elettricità solare alla rete. Il Comune dovrà anche selezionare le famiglie beneficiarie dell’iniziativa, mentre il GSE effettuerà tutte le pratiche per valorizzare l’energia prodotta dagli impianti attraverso lo Scambio sul posto. Il rapporto di Comodato attraverso il quale le famiglie riceveranno gratuitamente i pannelli fotovoltaici, durerà inizialmente 9 anni, rinnovabile per altri 9 e poi ulteriori 7. Complessivamente non più di 25 anni. Le famiglie beneficeranno dello Scambio sul posto (circa 200 euro l’anno), mentre il surplus ricavato dalla vendita dell’energia alla rete elettrica andrà al fondo rotativo attivato dal Comune di Porto Torres, in modo tale che anche altre famiglie possano beneficiarne.

Quello di Porto Torres è solo un piccolo esempio di come la collaborazione tra Pubblica amministrazione, Enti locali e privati, possa portare a un qualcosa di immediato e tangibile per la collettività. Un esempio, è questo il nostro auspicio, che speriamo possa essere replicato su scala nazionale, coinvolgendo altri comuni italiani.

<a href="https://www.gse.it/sostenibilita/storie-e-progetti/portotorres
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Secondo Berlusconi la Russia è nella NATO

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di MoVimento 5 Stelle

“Nel 2002 ho fatto entrare la Russia nella Nato”. Parole di Silvio Berlusconi a Bruxelles. Avete letto, visto e ascoltato bene.

Secondo il condannato per frode fiscale la Federazione Russia fa parte dell’Alleanza atlantica grazie ad una sua mirabolante iniziativa… Una svista di dimensioni mondiali quella di Berlusconi, che ogni giorno che passa si dimostra sempre più imbarazzante e inadeguato.

Con il suo ritorno saremo nuovamente lo zimbello del Mondo intero. Basta! Ci ha già danneggiato e ridicolizzato abbastanza negli ultimi decenni in cui ha distrutto l’Italia insieme al Pd.

È arrivato il momento di mettere per sempre nel dimenticatoio Berlusconi e portare il Movimento 5 Stelle al governo per dare un futuro all’Italia.

p.s.: naturalmente i tg di questa sera apriranno sulla gaffe di Berlusconi. Cosa sarebbe accaduto se a pronunciare quelle parole fosse stato un esponente del Movimento 5 Stelle?

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Dopo Orietta Berti, anche il comandante De Falco nella black list del Pd

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di Alfonso Bonafede

Su De Falco il Pd cambia idea e lo insulta, si vergognino! Oggi il pestaggio verbale del Pd prende di mira il comandante Gregorio De Falco. Unica sua colpa? Aver vinto le parlamentarie ed essere candidato al Senato per il MoVimento 5 Stelle nel collegio di Livorno. Ed ecco che da professionista stimato, e anche elogiato pubblicamente, diventa simile a un usurpatore. Addirittura si fa intendere che nella tragedia della Concordia non abbia compiuto bene il suo dovere.

Ma come? Prima il Pd presenta un’interrogazione a firma di Gelli per difenderlo quando fu previsto per lui un trasferimento immotivato, scrivendo: “De Falco ha gestito in prima persona le fasi cruciali dei soccorsi ed ha ricevuto per questo anche l’encomio solenne della Marina Militare“. E oggi cambiano idea e suggeriscono che quella notte fosse distratto e che i suoi uomini furono incompetenti. Un attacco del genere, da bulli della tastiera e dei comunicati stampa si spiegherebbe solo se il Pd volesse candidare Schettino. Che, tra l’altro, si sentirebbe pienamente a suo agio nelle liste del Pd.

Dopo aver preso di mira Orietta Berti, adesso è De Falco a finire nella black list dei piddini. Il Comandante addirittura oggi avrebbe perso il suo “riferimento positivo per l’opinione pubblica”. È sempre il solito Pd. Ma questi attacchi scomposti dimostrano la solita patetica pochezza oltre alla loro evidente difficoltà.

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La profezia di Gentiloni

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di Luigi Di Maio

Gentiloni ha dichiarato che il MoVimento 5 Stelle non ha alcuna possibilità di governare perché “non ha i numeri”. Se le sue profezie sono come quelle di Fassino, che ricordiamo per aver detto “Grillo faccia un partito e vediamo quanti voti prende”, non possiamo che essere contenti.

Ma se Gentiloni si sente così sicuro da escludere un governo del MoVimento 5 Stelle, prima forza politica del Paese accreditata intorno al 30%, a maggior ragione considera impossibile un governo del suo partito, il PD, ormai da tempo in caduta libera e che viaggia tra il 20 e il 22%. In sostanza Gentiloni, presidente del Consiglio del PD e candidato con il PD, ha messo fuori gioco il suo stesso partito.

Sembrerebbe un autogol, se invece questa sua uscita non rivelasse, inavvertitamente, le sue vere intenzioni: fare un accordo con Silvio Berlusconi il giorno dopo il 4 marzo.

Ora spetta agli elettori del centrosinistra fare una scelta: riabilitare Berlusconi votando il PD oppure scegliere il MoVimento 5 Stelle. Nel frattempo Gentiloni decida cosa vuole fare: se invece di governare ha deciso di scendere nell’arena della campagna elettorale, allora per correttezza e chiarezza si dimetta da Presidente del Consiglio.

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Oxfam: ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri

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articolo tratto da Radio24

La ricchezza paga, il lavoro no. È la conclusione alla quale arrivano i dati raccolti dalla ong Oxfam che, in occasione di Davos, presenta ai grandi della terra il suo rapporto sulle diseguglianze. Nel 2017 a livello globale è stato un forte incremento della ricchezza prodotta, il pil mondiale è salito. Tuttavia non stiamo tutti un po’ meglio perché la ricchezza prodotta non è stata distribuita equamente.

L’1% più ricco della popolazione mondiale continua a possedere quando il restante 99%. Nemmeno un centesimo, invece, è finito alla metà più povera del pianeta, che conta 3,7 miliardi di persone ”Ricompensare il lavoro, non la ricchezza”, è il titolo del report che utilizza i dati elaborati dal Credit Suisse tenendo conto di nuove informazioni che arrivano sui nuovi ricchi di Russia, Cina e India. Anche in Italia la ricchezza è sempre piu’ concentrata in poche mani. A metà 2017 il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta. Così nel 2016 – gli ultimi dati confrontabili disponibili – l’Italia occupava la ventesima posizione su 28 paesi Ue per la disuguaglianza di reddito disponibile.

Ma è il lavoro a non rendere più. Secondo il rapporto i salari non hanno mantenuto il passo con la produttività e il lavoro vale sempre meno: con il rischio di un avvitamento dovuto al ricorso al credito non garantito, come è accaduto nella crisi del 2008. Ma il divario è anche tra manager e dipendenti: basta un giorno da amministratore delegato in Usa per guadagnare quanto un lavoratore della stessa compagnia in un solo anno. In Bangladesh dove il top manager di una delle prime cinque compagnie dell’abbigliamento guadagna in 4 giorni quanto una sua lavoratrice in una intera vita. Proprio per questo, tra le proposte di Oxfam, c’è quella di porre un tetto ai superstipendi dei top manager per impedire che il divario superi il rapporto 20 a 1.

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